I peccati originali, la nascita degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti d’America si sono svegliati senza un presidente. L’esito irrisolto della notte elettorale era in realtà largamente previsto, così come era previsto l’accendersi di prime tensioni, con Trump che rivendica una vittoria che al momento sul campo non c’è stata e i timori di violenze da parte delle frange più radicali dei suoi sostenitori che prendono sempre più corpo, per quanto continuino a essere un’ipotesi marginale. Nel senso che bisogna fare la tara ai proclami di Trump e dei suoi sostenitori e non è detto che alle parole violente seguano fatti simili.

Inutile che io, non avendone la competenza, mi inerpichi sugli speccchi dell’analisi elettorale. Posso però cercare di prenderla parecchio alla lontana e approfittarne per condividere un testo che scrissi per l’esame di Storia moderna sulla stagione dell’indipendenza statunitense. Ieri notte mi è capitato di sentire Lucia Annunziata che, difendendo il peculiare sistema elettorale e istituzionale statunitense, sosteneva che la Rivoluzione americana sia stata quella che ha cambiato per sempre le sorti dell’Occidente, molto più di quella francese.

Ipotesi abbastanza discutibile, a mio parere. A partire dal fatto che è abbastanza dubbio se si possa attribuire agli eventi della seconda metà del Settecento lo status di rivoluzione. Se lo fu, fu una rivoluzione delle élites, bianche protestanti ricche e di origine inglese. Nel testo che propongo, vedremo che uno solo dei firmatari della dichiarazione di indipendenza di Filadelfia, città che per ironia della sorte deciderà anche la sorte di queste elezioni, del 1776 aveva un cognome non inglese. Si trattava di William Paca, secondo alcuni studiosi discendente di una famiglia di protestanti del Mezzogiorno d’Italia (già, ci sono state esperienze protestanti anche nella terra dei papi e prima o poi ne parlerò) emigrata in Inghilterra per questioni religiose e qui inseritasi a pieno titolo nell’aristocrazia terriera. Insomma, un White Anglo Saxon Protestant d’adozione.

Una minoranza significativa della popolazione statunitense di fine Settecento, quella nera, fu totalmente esclusa dal processo politico in corso così come rimasero ai margini le due principali minoranze di bianchi presenti in Nord America all’epoca: gli irlandesi di origine scozzese, protestanti e presbiteriani, e i tedeschi del Palatinato, senza contare le piccole comunità olandesi e svedesi. L’epopea delle grandi migrazioni italiana e irlandese cattolica arrivò molto dopo. Fuori dal processo rimasero anche le donne, in maniera tutto sommato differente da quanto accadde nella Francia rivoluzionaria.

Ma il dato politico è ancora più determinante: l’indipendenza statunitense fu un processo conservatore, che contrastava la madrepatria britannica sul tema della restaurazione dei privilegi originari delle 13 colonie ribelli. L’esito della secessione fu semplicemente l’unico possibile, una volta assodata l’impossibilità di ricomporre quella che era in sostanza una crisi costituzionale e non un processo rivoluzionario. Niente di paragonabile a quello che accadde in Francia, con una rivoluzione che determinò il totale sconvolgimento degli assetti politici ed economici del Vecchio continente, introducendo princìpi e valori che ancora oggi orientano la politica europea. Agli USA mancarono i giacobini, insomma.

Ora, perché un testo sulla nascita degli Usa dovrebbe essere interessante oggi? Perché il sistema istituzionale del Paese è rimasto fondamentalmente immutato fin dalla sua fondazione. E raccontare le contraddizioni e i limiti di quel processo, dunque, consente di riflettere anche su quello che sta accadendo oggi.

Stati Uniti d’America: la nascita di una nazione

Tante etnie, ma una sola al potere

La situazione delle colonie inglesi nel Nord America era caratterizzata da una grande eterogeneità. Il concetto di americanità, potremmo dire, cioè la coscienza comune dell’essere una nazione unica diversa da quella inglese si sviluppò col tempo e la lotta per l’indipendenza fu un passaggio fondamentale, sebbene non ancora determinante dato che nella seconda metà dell’Ottocento ebbe luogo la Guerra di secessione e che le tensioni etniche negli USA non possono dirsi concluse ancora al giorno d’oggi. In primo luogo va sottolineato come non omogenea fosse la provenienza etnica dei coloni: la maggior parte era inglese, e questo è fuor d’ogni dubbio, ma c’erano altre componenti o delle periferie celtiche britanniche o addirittura svedesi, olandesi e tedesche. Effettivamente il ruolo assunto da questi gruppi nel processo politico che portò all’indipendenza è minoritario, si pensi che fra i 56 firmatari della dichiarazione di Filadelfia, solo uno reca un cognome di origine non britannica: si tratta di William Paca, delegato del Maryland, per il quale è stata ipotizzata l’origine da una famiglia del sud Italia emigrata in Inghilterra per questioni religiose. Tralasciando la questione dell’origine, che è stata oggetto di ricerche ma non è attestata con certezza, la famiglia Paca veniva comunque dall’Inghilterra e apparteneva al gruppo sociale dei proprietari terrieri inglesi. All’interno della popolazione bianca tedeschi e scoto-irlandesi erano quelli che sedevano nel gradino più basso della gerarchia sociale. L’immigrazione irlandese fu costituita perlopiù da presbiteriani di origine scozzese, insediatisi nell’isola fino al 1715 e poi impoveritisi rapidamente e partiti alla ricerca di fortuna oltre oceano, nella misura totale di 250 mila unità1. La componente tedesca, che dai dati del censimento del 1790 risulta pari a quella irlandese protestante, aveva come nucleo di origine il Palatinato Renano, devastato dalle guerre di religione, dall’occupazione francese di fine Seicento e dalla repressione cattolica nei confronti dei folti gruppi protestanti. Il culmine venne raggiunto con una carestia che tra 1708 e 1709, complici una nuova legge di naturalizzazione britannica e una costante attività propagandistica di William Penn, il proprietario della Pennsylvania, portò una consistente parte della popolazione a trasferirsi nei territori britannici d’oltremare2. Risentimenti antichi, come per gli scoto-irlandesi, o totale estraneità culturale dal contesto anglosassone, come per i tedeschi, rappresentevano per questi gruppi motivi di esclusione dalla società nordamericana.

Ancora più grave poi la questione della già allora vasta popolazione nera, deportata dall’Africa con ritmi impressionanti: 40 000 all’anno nei primi decenni del Settecento e 80 000 nell’ultimo. Questi schiavi africani erano privi di ogni diritto politico e civile, e sul piano giuridico la loro condizione era regolata dagli slave codes, codici particolari che autorizzavano le violenze più brutali3. Pur nella generale condizione di degradazione disumana, la condizione degli schiavi neri era diversa a seconda dei contesti. Nelle colonie settentrionali viveva circa il 10% della popolazione nera americana, concentrati soprattutto a New York City, dove rappresentavano circa un quinto degli abitanti. Qui il lavoro servile era affiancato a quello dei salariati bianchi e la popolazione nera era in qualche modo integrata negli strati più bassi della popolazione, andando a costituire un primo nucleo di cultura afroamericana. Simile, in qualche misura, la situazione degli schiavi neri impiegati nelle piantagioni di tabacco tra Maryland e Virginia, nella baia del Chesapake. Qui, già a partire dagli anni Sessanta del secolo, l’estensione delle piantagioni aveva raggiunto livelli tali da garantire la possibilità per i neri di organizzarsi in comunità autonome e stabili, con la possibilità di mantenere i legami famigliari e di sviluppare l’altro grande nucleo principale della cultura afroamericana. Il culmine della barbarie schiavistica si toccava invece nelle due Caroline e in Georgia, dove risiedeva circa un terzo della popolazione nera. Il tasso di mortalità era altissimo per le terribili condizioni di lavoro nelle piantagioni di riso e zenzero e per il clima tropicale; i ritmi di lavoro massacranti impedivano il costituirsi di qualsiasi legame famigliare e la popolazione nera aumentava solo per il continuo afflusso di nuovi schiavi africani4.

Il panorama delle tredici colonie

Il primo presidente George Washington, moderato proprietario terriero della Virginia schiavista

Molto utili per tracciare un quadro demografico generale del Nord America britannico sono le indicazioni di Bernard Baylin5: il continente decuplicò la popolazione tra il 1700 e il 1775, passando da 250 mila a quasi 2 milioni e mezzo. Di questi, un quinto era formato da neri, quasi tutti schiavi e per il 90% residenti a sud della Pennsylvania. Un’idea del peso della popolazione nera negli stati meridionali può essere ricavata dal fatto che rappresentava i due terzi della popolazione del South Carolina e quasi la metà di quella della Virginia. La popolazione era quasi completamente impiegata nell’agricoltura, la città più popolosa, Filadelfia, contava appena 35 mila abitanti. Baylinn calcola che, in tutte le colonie, le città, considerando come limite minimo Savannah, Georgia, con 3 200 abitanti, erano venti dove abitavano 167 500 persone, che tuttavia in massima parte non «vivevano in circostanze tali da potere essere definite “urbane” nel senso moderno del termine». Infine il continente era occupato, in tutta la fascia occidentale dai Monti Appalachi fino al Pacifico, dalle popolazioni native, divise in tribù, ma in grado di organizzarsi in federazione come nel caso della guerra di resistenza contro la penetrazione bianca tra il 1763 e il 17666

Le tredici colonie inglesi che daranno origine agli Stati Uniti d’America possono essere divise in tre blocchi, fasce geografiche che rispecchiano anche la composizione sociale ed etnica e l’economia Le colonie meridionali erano Virginia, Maryland, North Carolina, South Carolina e Georgia; colonie di antica fondazione, con popolazione prevalentemente inglese e di fede anglicana. Rilevante il numero di schiavi africani, dal momento che il fulcro dell’economia era rappresentato dall’agricoltura di piantagione. Quest’elemento rafforzava anche i legami economici con l’Inghilterra, poiché necessitava delle compagnie commerciali britanniche che operavano nel mercato triangolare tra Inghilterra Africa e America, scambiando beni di consumo, manodopera schiavistica e materie prime7. Le colonie settentrionali erano quattro: Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island e Connecticut. Insieme costitutivano il cosiddetto New England, e la popolazione era a maggioranza puritana, sebbene il rigorismo morale tipico della madrepatria fosse diluito, determinando lo sviluppo di una società più aperta. L’economia si fondava sul commercio e sulla pesca e qui aveva sede l’unico tipo di industria consentito dalla madrepatria nelle colonie: la cantieristica navale. L’attività principale era comunque quella agricola, con piccole proprietà e destinata per lo più al consumo interno8. Le colonie centrali, di più recente acquisizione rispetto agli altri due blocchi, erano anch’esse quattro: New York, Pennsylvania, New Jersey e Delaware. Qui le componenti etniche non inglesi erano numerose: gli olandesi avevano fondato New York col nome di Nuova Amsterdam e gli svedesi avevano avuto un piccolo possedimento, la Nuova Svezia appunto, sulle rive del fiume Delaware; inoltre la vivacità economica di questi territori aveva attratto immigrati scozzesi, irlandesi e tedeschi. Il clima sociale e religioso degli stati centrali era dunque molto più tollerante e aperto rispetto a quello degli stati centrali. L’economia si fondava sull’agricoltura – le vallate dell’Hudson e dei suoi affluenti erano fertilissime e ben presto la produzione cerealicola di questa zona divenne fondamentale per l’alimentazione di tutte le colonie – e sui commerci dal momento che dai porti di Filadelfia, New York e Baltimora partivano le navi per i Caraibi e per l’Europa. Anche il regime istituzionale delle colonie era mutevole, esse condividevano solo l’appartenenza al demanio regio (fatto che le sottraeva al rapporto diretto col Parlamento inglese): su questa base si determinavano tre tipi di rapporti privatistici che avevano dato origine alle singole colonie. Le “colonie regie” erano sotto la diretta sovranità della corona, che ne aveva dato la concessione di sfruttamento a una compagnia commerciale privata; le “colonie di proprietà” appartenevano a un singolo privato, che aveva ricevuto dalla corona una patente regia il diritto di organizzarle politicamente – e qusto è il caso della Pennsylvania, acquistata nel Seicento dal quacchero William Penn; infine le colonie incorporate, in cui la corona riconosceva il diritto all’autogoverno a gruppi di coloni già insediati. A causa della volontà di accentramento inglese, nel 1763 ben otto colonie erano diventate regie, tre erano rimaste all’ordinamento originario di proprietà e solo due (Rhode Island e Connecticut) erano incorporate9. Inoltre disomogenea era anche l’organizzazione della rappresentanza politica nelle colonie: per l’esercizio del diritto di voto si andava dal reddito di appena 40 scellini richiesti nel Connecticut fino alle 40 sterline di New York; per l’elettorato passivo i limiti censitari salivano ancora ed inoltre l’elettorato attivo era legato alla proprietà fondiaria, il che escludeva mercanti, anche se benestanti, affittuari e i pionieri della frontiera, che dovevano ancora estinguere i loro debiti e per i quali il viaggio verso le capitali era lungo e insicuro10. Emerge dunque un quadro entro il quale la rappresentanza politica delle colonie era garantita perlopiù a una élite fondiaria, rigorosamente bianca e di origine inglese.

Il centralismo britannico incendia la rabbia delle élite americane

Questo il contesto disomogeneo entro il quale maturò il processo di costruzione dell’unità nazionale che culminò con la dichiarazione d’indipendenza del 1776. Motore principale fu probabilmente l’atteggiamento della madrepatria che, a partire dalla pace di Parigi del 1763 – che poneva fine alla guerra dei Sette anni in cui truppe britanniche e coloni avevano combattuto insieme contro i francesi – subì un profondo mutamento: «dall’Inghilterra si cominciò a guardare con sospetto il rigoglio economico delle colonie, a ritenere la loro prosperità frutto di attività illecite, essenzialmente di contrabbando ai danni della madrepatria»11. La strada che il Parlamento inglese e la corona decisero di intraprendere, non senza opposizioni interne, fu quella dell’aggravio dell’imposizione tributaria, del rigorismo fiscale e dell’occupazione militare. La prima misura fu l’arresto dell’espansione verso ovest: Giorgio III, con la Procamation line, stabiliva la barriera dei monti Appalachi e proibiva rapporti giuridici tra le colonie e i pellerossa, con cui avrebbero potuto trattare esclusivamente due funzionari regi12. Il Parlamento poi impose il Sugar Act, che imponeva dazi all’importazione in America di zucchero, vino, caffè e tessuti, il Currency Act, che impediva alle colonie di emettere certificati aventi valore di arta moneta, e lo Stamp Act13. Questa misura introduceva un valore di bollo per ogni atto commerciale o legale e, in maniera oltremodo vessatoria, per giornali e periodici; l’imposta andava assolta in sterline e la sua trasgressione rientrava nella giurisdizione dei tribunali di vice ammiragliato, che operavano senza la giuria popolare. Inoltre veniva approvato il Quartering Act che addebitava alle amministrazioni coloniali le spese di mantenimento di un esercito inglese di 10 000 uomini stanziato nelle colonie, benché con la fine della guerra dei Sette anni non ci fosse più alcun motivo plausibile per il mantenimento in stato di mobilitazione di truppe di questa dimensione14. Lo scontro che sorse dopo l’applicazione di queste misure ebbe fondamentalmente i caratteri di una crisi costituzionale, riguardante in fin dei conti la titolarità del Parlamento di Londra a rappresentare i sudditi coloniali, considerando il fatto che essi non godevano del diritto elettorale né attivo né passivo. Da parte inglese ci fu anche chi elaborò per la prima volta il principio della rappresentanza virtuale, preconizzando dunque il divieto di mandato imperativo che è attualmente uno dei princìpi cardine del parlamentarismo15. La mobilitazione politica fu sia istituzionale che di strada con manifestazioni, incidenti antinglesi e aggressioni dei funzionari delle tasse: alla fine del 1765 lo Stamp Act aveva fruttato appena 3 000 sterline contro le 60 000 preventivate dagli inglesi16. Lo scontro si mantenne nel primo periodo nei binari del conflitto istituzionale, tant’è che fondamentalmente la posizione dello Stamp Act Congress di New York City (a cui parteciparono i rappresentanti di nove colonie), nell’ottobre del 1765 fu quella lealistica di applicazione del principio no taxation without representation, utilizzando come arma di ricatto il boicottaggio ufficiale da parte delle colonie dei prodotti inglesi. Il Parlamento alla fine cedette, ritirò lo Stamp Act, ma ribadì la propria competenza legislativa in tutti gli affari coloniali e impose nuove tasse sulle importazioni. Proprio le manifestazioni contro queste nuove misure fiscali determinarono il massacro di Boston del 5 marzo 1770, che vide la morte di cittadini dopo che le truppe inglesi, acquartierate in città dal 1768, aprirono il fuoco sui dimostranti17. La storiografia si divide tra chi segnala la rilevanza di per sé ridotta dell’episodio, reso però importante dalla grande attività propagandistica antiinglese18, e chi invece fa notare come le dimensioni dell’episodio furono in realtà eccezionali, considerando che in occasione della Bloody Sunday di Derry in Irlanda nel 1972, l’esercito inglese uccise 13 persone, utilizzando però armi automatiche che ovviamente non esistevano nel Settecento19.

Il Great Awakening, la radice religiosa dell’indipendenza

Il Boston Tea Party in una raffigurazione di fine Settecento

La tensione ormai era destinata a salire: nel 1773 ebbe luogo il famoso Boston tea party, gli inglesi tolsero l’anno dopo i poteri di autogoverno al Massachusetts, incorrendo però nel risultato della deposizione da parte del popolo in rivolta dei funzionari regi, fatto che ebbe luogo non solo nella colonia del New England. Il I Congresso Continentale di Filadelfia del 1774 vide un sostanziale pareggio tra le forze radicali e quelle moderate e lo stesso accadde per la seconda convocazione, tanto che nel maggio del 1775, benché gli scontri mlitari tra le milizie cittadine e l’esercito inglese fossero già iniziati, si tentò ancora una volta la strada del lealismo, inviando a Giorgio III la Olive Branch Petition, l’evocativa petizione del ramo d’ulivo. Il re rifiutò ogni intervento di mediazione col Parlamento e la rottura divenne definitiva, con la formazione del Continental Army, affidato al comando di George Washington, delegato della Virginia e veterano della Guerra dei sette anni20. La nomina di Washington non teneva conto solo della sua esperienza militare, ma anche delle sue posizioni politiche moderate che avrebbero potuto tenere a freno le tendenze radicali che emergevano nella popolazione e nell’esercito – un po’ come era accaduto nel New Model Army di Cromwell – e della sua provenienza sociale e geografica: era un proprietario terriero della Virginia, membro di quella élite degli stati meridionali che aveva parecchi legami economici con l’Inghilterra e che, fino a quel momento, era rimasta in disparte in una guerra che coinvolgeva essenzialmente il New England21. L’escalation era ormai inarrestabile, libretti e pamphlets si diffusero fin nei più isolati villaggi o fattorie celebrando il destino dell’America come faro delle lotte per la libertà di tutti gli uomini. Il clima religioso era in fermento: verso la metà del secolo si era avuto il cosiddetto Great awakening, il Grande risveglio, a seguito dell’opera di vari predicatori itineranti, fra i quali erano preminenti le figure di Johanatan Edwards e di George Whitefield, che portò in primo piano i temi dell’esperienza individuale della fede e del rapporto diretto con Dio22. Questa nuova ondata di fervore religioso gettò le basi del modello americano del “denominazionalismo”, opposto sia al principio del cattolicesimo, cioè dell’universalità di una Chiesa sola, sia al settarismo, e che piuttosto vedeva sorgere un’infinità di gruppi religiosi cristiani, ognuno con la sua denominazione particolare, ma che cooperavano tra loro e che soprattutto lasciano ampia libertà di movimento ai fedeli, anche grazie all’adozione di confessioni di fede epurate dagli aspetti dottrinali più complessi e controversi.

In questo clima acceso le stesse élites politiche ed economiche dovettero accettare la radicalizzazione del conflitto e addirittura, in occasione del II Continental Congress, all’inizio dell’estate del 76, la Virginia del latifondo e dello schiavismo, si faceva promotrice di una mozione d’indipendenza approvata il 7 giugno del 1776. In meno di un mese la proposta divenne realtà e il 4 luglio tutti i delegati coloniali approvarono, firmarono e pubblicarono la Dichiarazione d’indipendenza. Alla base della nuova entità politica l’illuminismo e il repubblicanesimo classico, mediato dal Machiavelli dei Discorsi, e un fermento religioso, frutto del Great Awakening, che rendeva facile l’identificazione degli americani con il popolo eletto, destinato a instaurare nella terra promessa – e che terra meglio dell’America poteva rappresentare quell’ideale? – il regno terrestre della giustizia e della libertà, anticipatore della venuta di Cristo23.

L’indipendenza americana, un compromesso conservatore

Si può in questa sede lasciare da parte l’andamento della guerra, e concentrarsi maggiormente sulla successiva disputa costituzionale. Dopo la pace di Parigi del 3 settembre 1783, si pose il problema della struttura politica dell’Unione. Il Continental Congress, già nel corso della guerra, nel ’77, aveva scelto – a causa del forte peso delle componenti radicali che rispecchiavano la posizione politica delle assemblee e convenzioni che avevano assunto la guida delle singole colonie – un orientamento confederalista che praticamente riservava al Congresso solo la politica estera e la difesa. Come sottolineano Aubert e Simoncelli, il problema dell’inflazione, che si era naturalmente impennata con la guerra, ebbe in questa fase un peso rilevante. Se gli elementi radicali e le assemblee dei singoli stati vedevano con favore la svalutazione, che favoriva ovviamente i ceti medio-bassi indebitati, la nuova classe dirigente, élite tecnocratica che aveva soppiantato il vecchio ceto lealista ormai in esilio in Inghilterra, aveva bisogno di stabilizzare la situazione economica. Così il confronto tra la posizione confederalista, tendente a dare una larghissima autonomia ai singoli stati, è quella federalista sostenuta da James Madison (1751 – 1836), virginiano esponente di quell’élite tecnocratica antiflazionistica, vide nel 1787 la vittoria di quest’ultima, nelle forme del Connecticut compromise, che – stabilito il principio del bicameralismo per mediare tra chi voleva una rappresentanza paritaria degli stati (ruolo assunto dal Senato) e chi la voleva basata su un criterio demografico (Camera) – determinava l’approvazione della Costituzione federale ancora oggi in vigore, con un ruolo del Governo centrale preponderante24.

La rivoluzione mancata e i problemi irrisolti degli USA

Le tensioni etniche è il razzismo sono un problema irrisolto degli USA da secoli

Nei pochi decenni che sono stati affrontati in questa relazione emerge già buona parte di quegli elementi e di quelle fratture che segneranno la vita politica degli Stati Uniti d’America e della nazione americana nei secoli successivi: lo scontro nord-sud, la frammentazione etnica della società, il problema dello schiavismo, l’afflato religioso – anche il repubblicanesimo assunse in America i caratteri di una religione civile – della politica nordamericana, il mito della frontiera e il caratteristico conflitto permanente fra governo federale e singoli stati. E ancora la contrapposizione tra i concetti di libertà e quello di potere25, talmente esasperata da garantire in Costituzione con il II emendamento il diritto dei cittadini a portare armi, a fini deterrenti nei riguardi di eventuali derive autoritarie del governo. Infine, sembra ragionevole la posizione espressa da Aubert e Simoncelli, che rifiutano alla stagione dell’indipendenza americana lo status di rivoluzione: «Ciò essenzialmente perché i coloni americani combatterono per difendere il loro diritto all’autogoverno minacciato dall’accentramento inglese dopo il 1763»26. Combatterono per ristabilire dei principi che, paradossalmente, trovavano origine nelle patenti regie concesse a ogni colonia. E tantomeno «possiamo considerare “rivoluzionarie” le dinamiche sociali di scontro tra vecchie élites conservatrici (e relativi interessi costituiti) e nuovi ceti (e relative esigenze emergenti)»27. Alla fine della guerra non ci furono sconvolgimenti sociali, non ci fu mutamento nella proprietà dei mezzi di produzione e non ci fu nessuna spinta egualitarista paragonabile a quella che qualche anno dopo travolgerà la Francia rivoluzionaria. E non bisogna dimenticare come una parte consistente di popolazione restò fuori da questo processo, gli schiavi neri, ed un’altra parte considerevole, tutti quegli immigrati non anglosassoni che già popolavano il Nord America, ne restò ai margini.

Bibliografia

Aubert, Alberto; Simoncelli, Paolo; Storia moderna, dalla formazione degli Stati nazionali alle egemonie internazionali, Cacucci Editore, Bari, 2001

Castronovo, Valerio; MilleDuemila, La Nuova Italia, Milano 1985

Baylin, Bernard; Wood, Gordon S.; Le origini degli Stati Uniti, il Mulino, Bologna 1987

1B. Baylin, G. S. Wood, Le origini degli Stati Uniti, il Mulino, Bologna 1987, pp. 170-171

2B. Baylin, G. S. Wood, op. cit., pp. 171-172

3V. Castronovo, MilleDuemila, La Nuova Italia, Milano 2012, vol. 2, p. 141

4B. Baylin, G. S. Wood, op. cit., pp. 173-176.

5B. Baylin, G. S. Wood, op. cit., p. 169

6A. Aubert, P. Simoncelli, Storia moderna, dalla formazione degli Stati nazionali alle egemonie internazionali, Cacucci Editore, Bari, 2001, p. 748

7V. Castronovo, op. cit., p. 141

8Ibidem

9A. Aubert, P. Simoncelli, op. cit., p. 749

10Ivi, p. 750

11Ivi, p. 751

12Ivi, p. 752

13Ibidem

14Ibidem

15Ibidem

16Ibidem

17Ivi, p. 754

18V. Castronovo, op. cit., p. 144

19A. Aubert, P. Simonceli, op. cit., p. 754

20Ivi, p. 755

21Ibidem

22Ivi, p. 756

23Ivi, p. 757

24Ivi, pp. 760-762

25Ivi, p. 757

26Ivi, p. 762

27Ibidem

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