All’Azerbaijan caccia testati in Sardegna?

Sono state testate in Sardegna, le armi che un domani l’Azerbaijan potrebbe utilizzare nel conflitto contro l’Armenia per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh o Artsakh. E dove, se non a Quirra, nel Poligono militare più grande d’Europa, dove si esercitano non solo le forze armate NATO ma anche i colossi dell’industria bellica italiana. La foto, presa dal sito Flight Global mostra proprio il test in questione, svoltosi nel PISQ.

Caccia italiani per la guerra azera

Il fatto è noto a molti e in questi giorni è stato riportato alla luce da numerosi giornalisti e osservatori (qui Antonio Mazzeo e qui Nicolò Migheli): a febbraio l’italiana Leonardo, gigante a controllo pubblico dell’industria aerospaziale, ha firmato un accordo preliminare per la vendita all’aeronautica militare dell’Azerbaijan di un caccia leggero, il modello M-346. Di base, si tratta di un velivolo di addestramento che dovrebbe essere utilizzato dai piloti dei paesi più avanzati per prepararsi all’impiego dei caccia di nuova generazione, fra i quali troviamo per esempio anche i famigerati F-35. Ma l’Azerbaijan non è un paese avanzato, buona parte del suo apparato bellico si fonda su scorte sovietiche. Così, parrebbe che il paese dell’Asia centrale abbia firmato anche per l’acquisto di M-346 FA, un’evoluzione del modello base dove FA sta per Fighter Attack. Un modello, dunque, in grado di combattere.

«Per il moderno campo di battaglia, infatti, la versione FA è la soluzione tattica estremamente efficace e a basso costo, poiché assicura alle forze aeree la massima efficacia, offrendo tutte le caratteristiche dell’M-346 AJT (Advanced Jet Trainer), comprese le capacità di addestramento avanzato e pre-operativo della versione di base»

Presentazione di Leonardo dell’M-346 FA
Di Anna Zvereva from Tallinn, Estonia – Leonardo, M-346FA, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=60613624

Il punto di forza, di questo modello, è il risparmio. Già, è come se Leonardo stesse vendendo uno sgrassatore che sgrassa un po’ meno dei diretti concorrenti ma fa comunque il suo lavoro a un costo contenuto. Peccato che si tratti di macchine di morte, e non di prodotti per l’igiene. Probabilmente nessun paese avanzato utilizzerebbe questo modello per vere e proprie missioni di guerra, ma uno stato come l’Azerbaijan potrebbe invece decidere di accontentarsi. La brochure di Leonardo va avanti, e ci spiega che per ogni ora di volo il costo «si riduce fino all’80% rispetto a un più pesante e costoso caccia impiegato in missioni di supporto aereo ravvicinato». E, come se parlassimo di optional per la vostra nuovo monovolume, ci descrive l’armamento:

«I carichi esterni trasportabili dall’M-346FA corrispondono a un totale di oltre 2.000 kg oltre ai serbatoi ausiliari da 630 litri ciascuno. Per le missioni di attacco al suolo saranno integrati tutta una serie di munizionamenti di caduta da 500 libbre ciascuno, guidati e non, incluso il munizionamento di precisione di ultima generazione, capace di limitare al massimo i danni collaterali e aumentare il numero di obiettivi da poter colpire contemporaneamente. Per la designazione dei bersagli sono a disposizione Laser Designation Pod di ultima generazione. Per quanto riguarda le missioni di difesa del territorio nazionale e di Air Policing, inclusa l’intercettazione di potenziali minacce (anche di tipo terroristico) in volo a bassa quota, costituite per esempio da piccoli velivoli o elicotteri ultraleggeri, l’M-346FA può essere equipaggiato con missili aria-aria a corto raggio e a guida infrarossa, un pod ventrale contenente un cannone oppure, su richiesta del cliente, un pod ECM attivo per contromisure elettroniche»

Sempre dalla presentazione di Leonardo

I test per lo sviluppo dei sistemi di armamento sugli M-346 sono avvenuti proprio a Quirra, nel 2017: «Il lancio di prova del missile AIM-9L Sidewinder con l’M-346FA si è volto presso il sito di prova di Quirra, sull’isola di Sardegna. Il razzo si staccò dal velivolo ad un’altitudine di 1500 metri e una velocità di 1000 km/h. Leonardo sottolinea che il lancio è stato conforme alle previsioni ed è considerato un successo» leggiamo sui siti specializzati.

Italia, Sardegna e Azerbaijan

2012, l’allora vicepresidente
sardo La Spisa con l’ambasciatore
dell’Azerbaijan.

Molti di noi non se lo sarebbero mai nemmeno immaginato, eppure il paese dell’Asia centrale è uno dei principali partner commerciali della nostra isola. Insomma, non troverete prodotti azeri sugli scaffali dei supermercati, né dovete credere che il mercato caucasico sia uno degli sbocchi per la crisi di sovrapproduzione del pecorino romano. I rapporti fra noi e loro si limitano fondamentalmente a un unico prodotto, il petrolio greggio.

A febbraio, durante la visita in Italia del presidente azero Ilham Aliyev nella quale è stato perfezionato l’accordo con Leonardo, sui giornali sono usciti un po’ di dati. Italia e Azerbaijan hanno una bilancia commerciale in forte squilibrio: nei primi mesi del 2019 da qui vengono esportate merci per il valore di 203 milioni di euro, da lì arrivano prodotti per 3,4 miliardi. Se la Lombardia è la regione che primeggia nell’export, con 88 milioni di euro, la Sardegna è seconda dopo la Sicilia per importazioni, con ben 742 milioni di euro. Si tratta di petrolio greggio destinato alla Saras, dove viene poi raffinato e commercializzato.

L’interesse azero per la raffineria di Sarroch raggiunse il culmine nel 2010, quando sembrava che la società di stato del settore idrocarburi del paese asiatico, la Socar, volesse acquisire una partecipazione significativa nel pacchetto azionario di Saras. Non se ne fece più nulla, ma il petrolio azero è rimasto uno dei rifornimenti principali per la raffineria sarda e non c’è da stupirsi, dato che l’Azerbaijan è il primo importatore di petrolio in Italia.

Fra i due paesi non c’è solo un costante flusso di petrolio. È proprio dall’Azerbaijan che parte il tracciato del tanto contestato TAP, i gasdotto che dopo aver percorso mezza Eurasia approda sulle coste salentine per rifornire l’Italia di gas naturale liquido.

La guerra tra Azerbaijan e Armenia

Non ci fosse il Coronavirus, forse ce ne preoccuperemmo un po’ di più. Ma forse no, in realtà, perché oltre i proclami di facciata è evidente che l’Italia non abbia alcun interesse a mettersi contro il suo principale rifornitore di petrolio nonché a breve di gas naturale liquido, ossia l’Azerbaijan, né contro il suo principale sostenitore, ossia il presidente turco Erdogan.

Quest’ultimo, già tiene sotto scacco l’Europa con il ricatto sulla rotta balcanica delle migrazioni, ma ora ha aggiunto al suo arsenale un’arma che gli permette di tener sotto scacco il pavido Di Maio. Si tratta del controllo turco sulla crudele guardia costiera libica, manifestato con foto e comunicati e con richiami, da parte della propaganda turca, all’epica della resistenza libico-ottomana contro l’invasione italiana della Libia nel Novecento. Per un governo in forte difficoltà a causa del Covid, la ripresa dei flussi migratori nel Mediterraneo potrebbe significare il passo decisivo verso la crisi politica, così l’Italia ha deciso di starsene buona e avvallare di fatto l’aggressione azera sotenuta dalla Turchia ai danni della minoranza armena che risiede in Nagorno-Karabakh. Non solo, la appoggia direttamente dato vende caccia all’aeronautica azera. Piccola nota per noi sardi: se dietro l’Azerbaijan c’è la Turchia, dietro quest’ultima ci sono i petrodollari del Qatar che è probabilmente il terzo paese più influente nella nostra isola, dopo Italia e Stati Uniti, grazie al controllo del Mater Olbia e di buona parte del sistema Costa Smeralda.

Armenia e Azerbaijan si scontrano sin dalla fine degli anni Ottanta, da poco prima della dissoluzione ufficiale dell’Unione Sovietica in sostanza, per il controllo di questa regione montuosa, circondata da territorio azero sebbene a pochi chilometri dal confine, a maggioranza etnica armena. La sentiamo chiamare Nagorno-Karabakh, si tratta dei nomi della regione rispettivamente in russo e persiano, ma per gli armeni si chiama Artsakh. Dopo una guerra aperta che negli anni Novanta a portato a 30 mila morti, il conflitto è proseguito sottotraccia con la regione che ha dichiarato un’indipendenza mai riconosciuta dalla comunità internazionale, e si è poi riacceso definitivamente negli ultimi mesi, trasformandosi di nuovo in una vera e propria guerra che, a detta del presidente russo Putin, ha già provocato 5 mila morti. La Russia sostiene gli armeni, ma senza particolare impegno, mentre la Turchia è attivissima nel supporto agli azeri, che peraltro utilizzano bombe a grappolo di produzione israeliana, secondo le relazioni di Amnesty International. L’Europa tace, ricattata dalla Turchia e, come suggerisce su Sardegna Soprattutto Nicolò Migheli, probabilmente convinta che lasciare a Erdogan la valvola di sfogo nell’Asia centrale serva a ridurre le tensioni con Grecia, Cipro, Egitto e Israele nel Mediterraneo orientale per il controllo dei giacimenti di gas del Mar Egeo. Convinzione illusoria, che per alcuni ricorda il lassismo nei confronti di Hitler ai tempi dell’annessione dei Sudeti, e che potrebbe in realtà anche rompersi dato che le tensioni tra Francia e Turchia sono alle stelle. Ma se ci sarà una reazione, sarà in ordine sparso: non europea, ma francese.

Impotenza internazionale

L’Europa continua dunque su una strada già segnata da anni, quella dell’impontenza internazionale. Se è indubbio che questa guerra stia apportando sofferenze a tutte le popolazioni civili coinvolte, da entrambi i lati, è altrettanto chiaro che dal punto di vista collettivo il gruppo più debole è per ora rappresentato dalla minoranza armena dell’Artsakh che rischia di andare incontro a un vero e proprio massacro, forse genocidio, e all’espulsione da una terra in cui vive da secoli. Ma cosa c’è da stupirsi? L’Europa ha voltato la faccia davanti all’invasione turca ai danni dei curdi e delle altre minoranze che abitano il Nord della Siria appena pochi mesi fa. La Turchia, che fa parte dellla Nato, non può che imbaldanzirsi di fronte a questo lassismo e nel frattempo tiene nel mirino anche Cipro e forse persino la Grecia, anch’essa membro della Nato.

La Sardegna, come sempre, si ritrova a essere connessa a questi eventi, anche se si svolgono a migliaia di chilometri di distanza. Sia per il ruolo delle basi, sia per il ruolo della sua più importante, forse unica, infrastuttura industriale: la Saras di Sarroch. Teoricamente, questi fitti rapporti economici tra Italia e Azerbaijan potrebbero essere un’ottima leva per ricattare il paese dell’Asia centrale e imporgli di rinunciare alle sue ambizioni genocide sul Nagorno-Karabakh. Nei fatti, nessuno vuole mettere a rischio i profitti che derivano da questi rapporti. E così voltiamo la faccia da un’altra parte.

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