Guerre intestine nella Chiesa

Sono giorni convulsi per Santa Romana Chiesa. Convulsi a modo loro, dato che il Vaticano non è un luogo dove i mutamenti si susseguano a ritmi incalzanti. Tutt’altro, quello che in altri posti sconvolge il mondo in dieci giorni, a San Pietro può accadere anche in dieci secoli, che poi sarebbe a dire mille anni. Solo per restare alle ultime settimane, le vicende del cardinale sardo Angelo Becciu e soprattutto le sconvolgenti dichiarazioni di ieri di Francesco I sulle unioni civili per gli omosessuali sono comunque il segno di un’accelerazione degli eventi considerevole che, in questo mondo così incerto, potrebbe portare anche a esiti inimmaginabili. Per questo, riciclo un testo che avevo scritto per l’esame di Storia moderna all’università. Niente di che: una breve panoramica su un periodo di grave crisi per la Chiesa cattolica, quello immediatamente successivo all’avvento del Protestantesimo. Lo scontro, molto violento, fra chi sosteneva la necessità di ricomporre la frattura con luterani e calvinisti e chi invece auspicava la guerra totale e il rafforzamento della chiesa romana attraverso l’inquisizione. Una storia molto interessante, che in forma di romanzo è stata dipinta con maestria nel celebrato Q, del collettivo Luther Blisset poi diventato Wu Ming. Una storia che, soprattutto, ci insegna come alla fine spesso non vincano i buoni, se di buoni si può parlare.

La Chiesa in armi

La sfida posta da Lutero e da Calvino all’autorità della Chiesa romana in seno al mondo cristiano necessitava di una risposta forte da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Tale risposta si strutturò nel corso del Cinquecento e ha assunto il nome di Controriforma, quando si vuole sottolineare il nesso di azione-reazione fra la protesta nata nelle aree di lingua e cultura tedesca e la risposta cattolica sviluppatasi per lo più in Italia e Spagna, oppure di Riforma cattolica, a indicare il compimento di un processo di moralizzazione e rinnovamento già in corso all’interno di quel mondo e autonomo dagli sconvolgimenti provocati dalla predicazione luterana, sebbene innegabilmente accelerato da quegli eventi. Jedin1 non interpreta i due fenomeni in chiave alternativa, bensì li vede come due elementi conviventi e imprescindibili per comprendere la storia della Chiesa cattolica nel XVI secolo: “la Riforma cattolica è la riflessione su di sé attuata dalla Chiesa […]; la Controriforma è l’autoaffermazione della Chiesa nella lotta contro il protestantesimo”.

Il rinnovamento del cattolicesimo nel Cinquecento venne perseguito in maniera tanto determinata da rendere possibile la metafora che vede appunto la Chiesa in armi, e la prima guerra che si trovò a fronteggiare fu nientemeno che una “guerra civile”, se così vogliamo intendere lo scontro tra le due fazioni che si contesero il controllo della Santa Sede nella prima metà del secolo. Da un lato i rigoristi, la cui figura di spicco era il cardinale Gian Pietro Carafa (1476-1559); dall’altro i fautori del dialogo con i protestanti, detti anche spirituali, rappresentati dai cardinali Reginald Pole (1500-1558), Gasparo Contarini (1483-1542) e Giovanni Morone (1509-1580).

Il cardinale Gian Pietro Carafa, poi eletto papa col nome di Paolo IV, principale animatore dell’inquisizione moderna

In realtà ci fu un momento in cui, almeno all’apparenza, si arrivò vicini alla risoluzione del conflitto fra cattolici e protestanti: nel 1541 si svolsero a Ratisbona, fortemente voluti da Carlo V che continuava a perseguire il suo disegno di restaurazione imperiale che non poteva prescindere dall’unità del cristianesimo, colloqui religiosi fra rappresentanti dei due fronti contrapposti: l’inviato di Lutero era il suo più fedele seguace, Filippo Melantone, mentre il legato pontificio era Gasparo Contarini. Proprio la scelta di Contarini, sostenitore della linea morbida e fautore di una grande attività riformatrice nella propria diocesi veneziana, potrebbe far pensare a una volontà da parte di Paolo III di raggiungere effettivamente un accordo con i protestanti; in realtà l’impegno pontificio era stato profuso più per rispetto dell’imperatore che per la reale intenzione di ricomporre la frattura coi luterani, anzi le istruzioni date a Contarini erano state pensate allo scopo di far fallire i colloqui fin dall’inizio, volendo il papa porre come primo punto di discussione la questione dell’autorità pontificia2. Il fatto che tuttavia Melantone e Contarini riuscissero a raggiungere un accordo di massima sulla questione dirimente dal punto di vista dottrinale nello scisma protestante, ossia la giustificazione per sola fede o anche per meriti, testimonia la possibilità, a più di vent’anni dalla pubblicazione delle 95 tesi di Lutero, di una ricomposizione della frattura. E d’altra parte la giustificazione ex sola fide non era un’invenzione di Lutero, ma una questione posta da padri della Chiesa come Agostino e Paolo di Tarso, e riscuoteva successo anche in ambienti alto-ecclesiastici italiani. Sia il collegio cardinalizio che Lutero rifiutarono tuttavia l’accordo e inviarono a Carlo V messaggi in cui sancivano l’impossibilità di un qualsiasi accordo fra le due parti.

A seguito di questo fallimento si rese sempre più impellente la convocazione del Concilio, non come estremo tentativo di tornare all’unità del cristianesimo occidentale, come avrebbe voluto Carlo V -obiettivo ormai dimostratosi irrealizzabile, dopo Ratisbona-, ma per avviare il processo di riforma e di reazione della Chiesa al dilagare del protestantesimo. Ovviamente ciò implicava l’acuirsi del conflitto fra le due fazioni dei rigoristi e degli spirituali e il primo bersaglio della polemica di Carafa e soci fu proprio Contarini, accusato di tendenze filo-luterane. Il cardinale veneziano morì tuttavia l’anno successivo, lasciando spazio alla guida della corrente spirituale a Pole e Morone. I progetti politici di Carlo V si trovavano in una situazione di stallo, con Paolo III sempre più vicino al re di Francia Francesco I e con il fallimento della politica dell’unità cristiana, cosa che minava profondamente il progetto di restaurazione imperiale perseguito dal sovrano che governava sia la cattolica Spagna sia la protestante Germania. Unica concessione fatta dal papa a Carlo fu l’organizzazione del concilio a Trento: l’Asburgo richiedeva che il concilio si svolgesse in terra germanica, ma il pontefice aveva troppa paura che si realizzasse quello che molti sostenevano da tempo, ossia l’imposizione dell’autorità conciliare su quella del papa; il compromesso trovato da Paolo III fu la convocazione a Trento, città di lingua italiana in territorio imperiale. Ancora una volta Paolo III fece una scelta di difficile comprensione: alla guida del concilio furono messi oltre a Pietro Paolo Parisio, gli spirituali Reginald Pole e Giovanni Morone; mentre quest’ultimo non aveva ancora compiuto il percorso di “conversione” al valdesianesimo* -e probabilmente il momento decisivo fu proprio il viaggio a Trento in compagnia di Pole-, il cardinale inglese era già stato oggetto di voci di eterodossia e gli inquisitori, guidati dal rivale Carafa, aspettavano una sua mossa falsa3. Il conflitto interno alla Chiesa si delineava ormai con contorni ben definiti: da un lato Pole, leader del partito spirituale, guida riconosciuta dai valdesiani italiani, che fra le loro fila annoveravano numerosi ecclesiastici di rango come Morone o il generale cappuccino Ochino, e probabile successore di Paolo III secondo tutte le cancellerie europee; dall’altro Carafa, guida dell’Inquisizione romana, ricreata da Paolo III con la bolla Licet ab initio del 21 luglio 1542. Carafa si era dovuto impegnare parecchio per ottenere dal pontefice la restaurazione dell’Inquisizione romana poiché all’interno del sacro collegio si trovavano almeno due posizioni di resistenza: i valdesiani e tutti i simpatizzanti luterani, raggruppati perlopiù nel partito degli spirituali, e gli esponenti della burocrazia curiale che temevano che il rafforzamento del controllo sull’ortodossia avrebbe implicato anche una revisione dei privilegi e degli usi, come il cumulo di uffici e conseguenti benefici o la residenza lontano dalla propria sede vescovile, su cui fondavano la propria ricchezza personale e il proprio potere politico. La richiesta di Carafa era arrivata nel 1532 e si era realizzata solo dieci anni dopo, ma con la nascita dell’Inquisizione il partito dei rigoristi acquisiva un notevole vantaggio sugli avversari. Pole e gli spirituali riscontravano un successo sempre maggiore tra intellettuali ed ecclesiastci, godevano dell’appoggio imperiale e operavano in una penisola sempre più permeabile alla diffusione delle dottrine luterane, soprattutto a Modena, Ferrara e nei territori di confine con l’impero come la repubblica veneta; Carafa e i rigoristi però a partire dal 1542 avevano, utilizzando una metafora un po’ trita ma che ben rende l’idea, il coltello dalla parte del manico: essi controllavano l’Inquisizione, lo strumento fondamentale di repressione dell’eterodossia, dotato di poteri pressoché illimitati a causa della segretezza dell’iter procedimentale e della libertà di utilizzo della tortura.

Il cardinale Reginald Pole, entrò in conclave papa e ne uscì sconfitto

La significatività di questo vantaggio si dimostrò chiara al momento dello scontro decisivo tra le due fazioni, il conclave tenutosi alla morte di Paolo III nel 1549. Pole, forte dell’appoggio imperiale, era il favorito assoluto per la successione al Farnese. Tuttavia nei sette anni di attività l’Inquisizione aveva raccolto molto materiale sul suo conto riguardante l’ospitalità offerta ai principali discepoli di Valdés nella sua residenza viterbese, l’affaire del Beneficium Christi e l’abbandono della prima fase del concilio di Trento col pretesto di una malattia e in realtà per non firmare il documento che condannava definitivamente la giustificazione ex sola fide. Questo materiale venne portato da Carafa all’attenzione dei cardinali proprio durante il conclave da cui Pole sembrava destinato ad uscire pontefice e così tramontarono i sogni dell’ex legato pontificio in Inghilterra e i rigoristi assestarono il colpo decisivo ai loro oppositori4.

È interessante soffermarsi sul caso del libello intitolato Trattato utilissimo del beneficio di Giesu Christo verso i christiani che, oltre a rappresentare un interessante giallo letterario -e come tale è stato raccontato in opere di fantasia5-, è indicativo delle intenzioni di Pole e delle strategie di riforma che andava perseguendo, coincidenti con una politica di avvicinamento alle posizioni dottrinali luterane e protestanti. L’opera venne pubblicata anonima a Venezia nel 1543. La città lagunare a causa della vicinanza con i territori imperiali e della resistenza opposta dalle autorità repubblicane all’attività incondizionata dell’Inquisizione Romana era una delle più accoglienti per i riformati italiani e vi avevano sede stamperie che pubblicavano clandestinamente opere eterodosse. Gli autori erano stati due, il monaco Benedetto Fontanini da Mantova, che ne redasse la prima versione e poi Marcantonio Flaminio, discepolo di Valdés e in seguito membro del circolo di Pole, che gli diede la sistemazione definitiva. L’opera, intrisa di elementi di ispirazione valdesiana e calvinista, era stata concepita per nascondere sotto un velo di ortodossia i concetti più eterodossi (predestinazione, giustificazione per sola fede, negazione della transustanziazione, etc.) e aveva trovato successo anche presso cardinali e vescovi, ignari delle fonti dottrinali dell’opera. Il cardinal Pole diede l’avvallo a Flaminio per la redazione e la pubblicazione dell’opera, immaginandola come una sorta di manifesto della componente più prossima ai luterani del concilio di Trento. La controversistica cattolica e l’Inquisizione Romana misero in atto una caccia all’autore e ai suoi protettori che, durò per tutta la seconda metà del XVI secolo, ma l’opera continuò a circolare clandestinamente negli ambienti eterodossi della penisola6.

Il partito rigorista aveva ormai campo libero per attuare sia la Riforma della Chiesa, che la Controriforma antiprotestante. L’Inquisizione romana usò il suo peso sia per impedire la carriera ecclesiastica di coloro che erano in odore di eterodossia, sia per favorire l’elezione al Soglio pontificio di esponenti della linea dura, inquisitori essi stessi, come Marcello II e Paolo IV (Gian Pietro Carafa) nel 1555 e Pio V nel nel 15667. Con Paolo IV arrivò il momento della resa dei conti: il 31 maggio 1557 veniva arrestato Giovanni Morone e dagli incartamenti prodotti nel suo processo vennero fuori i nomi del protonotario apostolico Pietro Carnesecchi, del vescovo di Otranto Pietro Antonio di Capua, di quello di Modena Egidio Foscarari e di tanti altri. Reginald Pole si era mantenuto in salvo disubbidiendo agli ordini di Paolo IV di tornare in Italia dall’Inghilterra, dove era stato inviato nel 1554 per assistere Maria Tudor nella restaurazione cattolica del regno; tuttavia con la morte della regina cattolica, Pole si sarebbe ritrovato senza protezione e bersaglio sia della repressione anglicana sia di quella cattolica, cosa che non accadde solo perché morì egli stesso poche ore dopo la Tudor, il 17 novembre 1558. Il repulisti messo in atto aveva un doppio carattere: da un lato quello dello scontro dottrinale, ormai destinato a risolversi in favore dei rigoristi; dall’altro quello politico, allo scopo di liberarsi della fazione filo-imperiale che ostacolava i disegni filo-francesi di Carafa8.

Si può affermare che il processo di rinnovamento svolto dalla Chiesa nel corso del XVI secolo non ebbe carattere unitario. Nella prima fase, fino all’elezione di Carafa, furono due le fazioni che perseguivano l’obiettivo di un mutamento interno, attraverso la cancellazione dei cattivi costumi e la moralizzazione del clero e degli alti ecclesiastici, tuttavia con posizioni affatto divergenti nell’ambito della risposta da dare alla sfida posta da Lutero e dal diffondersi di confessioni protestanti in tutta l’Europa centro-settentrionale. Queste posizioni erano influenzate anche dall’appartenza a uno dei due schieramenti in campo per il controllo politico dell’Europa, la Francia di Francesco I e l’Impero di Carlo V. Si può notare come, ironicamente, la fazione vincente nello scontro ecclesiastico, i rigoristi, trovò poi il maggior riscontro nell’appoggio alla Controriforma nella Spagna di Filippo II, erede di Carlo V, mentre la Francia vedeva crescere l’influenza e il numero dei convertiti alla fede calvinista. La seconda fase della Controriforma ebbe una natura e pratiche che erano state ovviamente, e in maniera forte, determinate dal successo dei rigoristi nello scontro interno degli anni precedenti. La Chiesa romana, che aveva seriamente rischiato di perdere la propria autorità sul mondo cristiano -o meglio, si era corso il rischio di veder dissolversi il mondo cattolico, caratterizzato rispetto alle altre confessioni cristiane proprio dal primato del Papa-, riuscì perciò a rilanciarsi e a dare nuova spinta alla propria attività apostolica, ma anche politica, perché non si deve dimenticare che il pontefice era il capo di uno stato teocratico che agiva sullo scenario internazionale come potenza. Fu così che ebbero luogo l’incremento delle missioni sia nelle colonie sia nelle terre più arretrate d’Europa, il rafforzamento degli ordini regolari e la nascita di nuovi come la Compagnia di Gesù, la catechizzazione di massa e omologata attraverso testi prodotti e approvati in Vaticano, la stabilizzazione definitiva di pratiche come il culto di Maria e dei Santi o di dogmi come la presenza di Cristo nell’ostia e nel vino e il valore dei meriti individuali per la salvezza, l’irregimentazione del clero entro regole ben definite, con il divieto di concubinaggio e di osservare condotte immorali, e l’imposizione ai vescovi di compiti molto importanti nella gestione delle diocesi, sia sul piano della cura delle anime che su quello della gestione amministrativa e politica, e quindi con l’obbligo di residenza nella propria sede episcopale. Il cattolicesimo venuto fuori dal concilio tridentino ha mutato pochi caratteri nel corso dei secoli, e solo nel Novecento con il Concilio Vaticano II la Chiesa giunse alla costruzione di un nuovo modello del suo rapporto con il fedele e del suo agire nella società. Moralità, ordine sociale, rispetto delle gerarchie, adesione incondizionata ai dogmi e soprattutto controllo delle coscienze attraverso il sacramento della confessione auricolare9: queste parole sono adatte a rappresentare la Chiesa romana così come uscì dal Cinquecento e forse sono utili anche per esemplificare le differenze culturali, sociali e storiche tra i paesi del sud del Mediterraneo -Spagna e Italia su tutti- e quelli protestanti del Nord Europa.

1H. Jedin, Riforma Cattolica o Controriforma?, Morcelliana, Brescia, 1957

2A. Aubert, P. Simoncelli, Storia moderna. Dalla formazione degli Stati nazionali alle egemonie internazionali, Cacucci Editore, Bari, 2001, p. 190

3 Ivi, p. 240

4 Ivi, p. 248

5 cfr. Luther Blisset, Q, Einaudi, Torino, 1998

6 Cfr. A. Aubert, P. Simoncelli, op. cit., p. 240.

7 Ivi, p. 248

8 Ivi, p. 253 ss.

9 A. Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, Torino, 1996

*Il valdesianesimo è una dottrina eterodossa, frutto della predicazione dello spagnolo, rifugiato a Napoli per evitare la persecuzione dell’Inquisizione iberica, Juan de Valdés. Le sue dottrine, assimilabili al luteranesimo nell’aspetto della giustificazione ex sola fide e della svalutazione delle opere, se ne distaccavano nell’esaltare l’importanza dell’illuminazione divina per la corretta lettura dei testi sacri, del peso assegnato all’esperienza individuale di fede e per il gradualismo esoterico che implicava diversi livelli di appartenenza alla Chiesa, a seconda del livello di consapevolezza religiosa acquisito. Proprio quest’ultimo aspetto, ossia l’esistenza di un sapere esoterico incomunicabile alla massa dei fedeli e perciò estraneo alle dottrine della Chiesa ufficiale, risolveva i problemi posti dalla polemica anti-nicodemitica di Calvino: chi aderiva intimamente a dottrine eterodosse non era obbligato a lasciare la Chiesa cattolica, perché il piano della consapevolezza esoterica era esterno rispetto a quello della religione tradizionale. Questi caratteri favorirono lo sviluppo del valdesianesimo in ambiti ristretti ed elitari, che assumevano talvolta il carattere di un circolo di letterati, come nel caso della residenza viterbese di Reginald Pole, divenuta il punto di riferimento dei valdesiani dopo la scomparsa dello spagnolo nel 1541. Cfr. A. Aubert, P. Simoncelli, op. cit., p.232

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