L’ombra di Erdogan sul traffico di petrolio tra Isis e Sardegna

L’OMBRA DEL SULTANO

I documenti di Wikileaks segnalano il coinvolgimento del genero di Erdogan nella vicenda del presunto contrabbando di petrolio tra Isis e Saras

Oltre al genero di Erdogan, ne erano probabilmente a conoscenza anche l’attuale presidente della Banca Centrale Turca e un finanziere condannato a 32 mesi di carcere dagli USA per aver violato le sanzioni contro l’Iran

Frammenti di un quadro che probabilmente non sarà mai ricomposto, pezzi monchi di conversazioni via mail che nella generale confusione fanno emergere una certezza: lo stato turco era coinvolto fino ai suoi vertici più alti nella complicata vicenda del presunto traffico di petrolio tra lo Stato islamico e la Saras, al centro di un’inchiesta della DDA di Cagliari svelata da Giuliano Foschini su Repubblica lo scorso 8 ottobre.

A dimostrarlo sono i contenuti della casella di posta elettronica di Berat Albayrak, il genero del presidente turco Erdogan e all’epoca ministro dell’Energia turco, resi noti da Wikileaks nel dicembre 2016. Non ci sono motivi fondati per dubitare dell’autenticità di queste mail, ma ovviamente le riportiamo per quello che sono: informazioni giornalistiche pubblicate da Wikileaks, ritenute autentiche da molte testate negli ultimi quattro anni. Come dicevamo, si tratta di pezzi di informazioni, parti di un puzzle che spesso è difficile far combaciare.

In breve

  • La DDA di Cagliari ha aperto un’inchiesta su un presunto contrabbando di petrolio fra il 2015 e i 2016 tra i pozzi controllati dall’Isis nel Nord dell’Iraq e la Saras.
  • Punto focale dell’inchiesta sembra essere la richiesta da parte di Unicredit al Governo Regionale Curdo di restituire 60 milioni di euro, bonificati per errore.
  • Secondo i magistrati cagliaritani la Edgewater Fall, una società offshore, si è resa conto in ritardo che quei soldi spettavano allo Stato islamico, perché in quel momento storico i pozzi erano caduti sotto il suo controllo.
  • La casella mail di Berat Albayrak, genero di Erdogan, pubblicata da Wikileaks il 5 dicembre 2016, sembra mostrare che lo stesso Albayrak e altri uomini di primo piano dell’élite turca fossero a conoscenza di questi bonifici.

Complicato, se non impossibile, definire i dettagli dello scenario sulla base dei documenti pubblicati da Wikileaks, ma il quadro generale che emerge dai documenti è netto: Albayrak veniva informato costantemente da un uomo del ministero dell’Energia turco su uno scambio di mail fra la sede di Monaco di Baviera dell’Unicredit e la turca Halk Bank, relativo all’annullamento di due bonifici da 40 e 20 milioni di dollari che Edgewater Fall sosteneva di aver versato per errore al Governo Regionale del Kurdistan Iracheno, con sede a Erbil. Guardacaso, l’identikit combacia perfettamente con quello che sembra essere, nella ricostruzione di Foschini, il punto focale dell’indagine della DDA di Cagliari sulla Saras. Citiamo direttamente da Repubblica:

«Dalla documentazione acquisita – si legge ancora nel decreto di perquisizione – presso la filiale tedesca di Unicredit è emersa un’operazione di storno di 60 milioni effettuata dalla Edgewaters al governo curdo». «Si può ragionevolmente ipotizzare – continuano i magistrati – seppure sono in corso i necessari approfondimenti che la restituzione del denaro sia dipesa dal fatto che la proprietà del greggio, in quel periodo, non era più curda ma dell’Isis»

Una premessa necessaria: la Saras ha negato qualsiasi coinvolgimento in operazioni illecite di qualsiasi tipo. Ecco il testo del comunicato stampa diramato dopo la pubblicazione dell’articolo di Repubblica.

«In relazione all’articolo “Il petrolio dell’Isis nelle raffinerie sarde. Saras sotto inchiesta” a firma di Giuliano Foschini, pubblicato su La Repubblica in data odierna, Saras Spa respinge fermamente ogni associazione del nome della Società al contrabbando di petrolio e di carburante, in quanto del tutto priva di fondamento e lesiva della immagine propria e dei collaboratori del Gruppo. Nell’articolo si fa riferimento a un’inchiesta del Tribunale di Cagliari, rispetto la quale siamo a disposizione nella piena consapevolezza della bontà e della trasparenza delle operazioni effettuate dal Gruppo. Saras si riserverà di porre in essere ogni iniziativa a tutela del buon nome della Società».

Ma la situazione è complicata, andiamo con ordine e partiamo dall’inchiesta messa in piedi dai pubblici ministeri Guido Pani e Danilo Tronci della Direzione Distrettuale Antimafia di Cagliari.

Il petrolio del Califfato

L’ipotesi di base della Procura è semplice: tra il 2015 e il 2016 la Saras avrebbe ricevuto 12 milioni di tonnellate di oli minerali provenienti da pozzi gestiti dallo Stato Islamico. Questa attività di contrabbando, sostengono ancora gli inquirenti secondo quanto emerge dalla ricostruzione di Repubblica, avrebbe fatto risparmiare alla Saras 130 milioni di euro consentendogli di dominare il mercato degli idrocarburi europei e di frodare il fisco italiano. Gli indagati secondo quanto trapelato sui quotidiani sono i vertici dell’azienda di Sarroch di proprietà della famiglia Moratti, dal direttore finanziario Franco Balsamo al capo dell’ufficio commerciale Marco Schiavetti. Tutto parte dalle verifiche svolte sui documenti di accompagnamento di 25 petroliere che attraccano nel porto di Cagliari nel periodo incriminato. Le bolle attestano che quel petrolio ha origine irachena e provenienza turca, ma per gli inquirenti potrebbero essere false. Continua Giuliano Foschini:

Secondo i documenti a muovere il carico è la Petraco Oil company, società con sede legale a Londra e con la sua principale filiale operativa a Lugano. Dagli atti risulta che la società ha acquistato «gli oli minerali dalla Edgwaters Falls, società delle Isole Vergini». Che a sua volta aveva comprato il carico da un’azienda turca. Che aveva acquistato il carico in Iraq, non è chiaro dove. Bene, le indagini della Guardia di Finanza hanno chiarito due cose: la prima è che la Edgewater è «una società di comodo», off shore. Di proprietà della stessa Petraco. La seconda che il carico non è passato probabilmente mai dalla Turchia ma è arrivato direttamente dall’Iraq. E a gestirlo non è stato l’ente petrolifero di stato iracheno, «l’unico autorizzato dal diritto internazionale» scrive la procura di Cagliari. Ma lo hanno mosso prima i curdi. E poi dopo i terroristi di Daesh.

Ricapitolando, dunque, la Saras avrebbe comprato del petrolio spacciato per iracheno da Petraco Oil, che lo avrebbe acquistato da una propria società di comodo, la Edgewater Fall, che lo avrebbe acquistato – sostengono gli inquirenti – direttamente dallo Stato islamico.

Nell’articolo di Foschini c’è poi un turbinio di cifre in cui è molto facile perdersi e a noi d’altra parte non interessano particolarmente. Quello che interessa a noi è lo scambio di mail legato doppio bonifico da 40 e 20 milioni di euro, che vede coinvolti le Edgewater Fall, tre istituti bancari e una serie di nomi dell’elite turca di primissimo piano.

Albayrak e il suo ruolo nel contrabbando petrolifero dell’Isis

Lo informano costantemente, ma le sue risposte – se ce ne sono state – non le conosciamo. Ciò che è certo è che a metà maggio del 2016 c’è stato, stando alla rivelazioni di Wikileaks, un fitto scambio di mail tra la filiale tedesca di Unicredit e quella britannica di Deutsche Bank da un lato e la turca Halk Bank dall’altro. Questi scambi vengono inoltrati da Tahsin Yazar, all’epoca consigliere del ministero turco dell’Energia e dirigente dell’azienda turca del settore energetico Çalık Holding, all’indirizzo mail di Beirat Albayrak, genero di Erdogan, che di Çalık era stato amministratore delegato fino al 2013 e che in quel periodo era invece ministro dell’Energia. Secondo Wikileaks, è proprio attraverso Çalık che Albayrak si sarebbe interfacciato in segreto con Powertrans, l’azienda che ha gestito la gran parte del contrabbando del petrolio dell’Isis attraverso la Turchia.

Ma perché noi sappiamo tutto questo? Perché l’intero contenuto della casella mail di Albayrak tra il 2000 e il 2016 è stato spiattellato sul web prima dagli hacktivisti turchi comunisti di RedHack e poi da Wikileaks. Dentro ci sono più di 57 mila mail, quelle che interessano a noi purtroppo sono solo quattro. Nelle altre, però, emergono i rapporti tra Albayrak e Powertrans:

«Ci sono state numerose accuse, sui media turchi, sul ruolo di Powertrans nell’importazione di petrolio dell’Isis in Turchia – leggiamo su Wikileaks -. Albayrak ha ripetutamente negato connessioni con Powertrans, ma le mail provano il contrario».

«L’archivio – prosegue la lettura – contiene quasi 30 mail scambiate tra Albayrak e Betul Yilmaz, il manager delle risorse umane di Çalık Holding, di cui Albayrak era stato CEO. Yilmaz cerca l’approvazione di Albayrak per le decisioni relative al personale dipendente di Powertrans, cose come chi assumere e l’approvazione dei salari di Powertrans».

Insomma, Çalık Holding potrebbe essere stata l’interfaccia di Albayrak per gestire il contrabbando di petrolio del Califfato operato da Powertrans. Ecco perché è interessante il fatto che a informarlo regolarmente sulla vicenda dei due bonifici sia un uomo che, oltre che essere suo consigliere al Ministero opera anche all’interno di Çalık Holding.

Tutti gli uomini del sultano

Nelle quattro mail inviate da Yazar ad Albayrak tra il 17 e il 23 maggio 2016 non ci sono grandi discorsi, ma vengono riportati gli scambi relativi alla vicenda dei due bonifici fra gli istituti bancari. Il contesto è impossibile da desumere se non si conoscono gli elementi forniti dalla procura antiterrorismo di Cagliari, per tramite della ricostruzione giornalistica di Giuliano Foschini: nessun riferimento al petrolio, solo le pressanti richieste di un dirigente italiano della filiale Unicredit di Monaco di Baviera ad un collega turco di Halk Bank, per riavere indietro quei 60 milioni bonificati per errore (sic!) da Edgewater Falls al governo federale del Kurdistan Iracheno.

Ma se il genero di Erdogan è l’ultimo anello della catena, l’uomo che viene costantemente informato ma di cui non conosciamo le risposte e nemmeno se ce ne sono state, nella parte riservata alla copia conoscenza delle mail che gli vengono inoltrate troviamo altri nomi di primissimo piano della èlite turca politico-finanziaria. Tashin Yazar gli inoltra, per esempio, un messaggio che originariamente aveva era stato inviato da Murat Uysal che all’epoca era alto dirigente di Halk Bank (l’incarico secondo Bloomberg termina un mese dopo, a giugno del 2016) e oggi è nientemeno che presidente delle Banca Centrale Turca. La mail era destinata a Sefa Sadık Aytekin, all’epoca sottosegretario del ministero dell’Energia di Ankara, e in copia conoscenza troviamo l’allora CEO di Halkbank, Ali Fuat Taşkesenlioğlu. In un altro messaggio troviamo sempre in copia conoscenza il nome di Mehmet Hakan Attylla, anche lui all’epoca manager di Halk Bank. Attylla non era certo nuovo a pratiche di contrabbando, dato che un tribunale statunitense lo condannò, a maggio del 2018, a 32 mesi di carcere per aver violato le sanzioni USA contro l’Iran in accordo con un faccendiere turco-iraniano, il mercante d’oro Reza Zarrab.

Scusate, c’è stato un errore!

Ma qual è il contenuto di questi scambi di mail tra i funzionari di Halk Bank e quelli di Deutsche Bank e Unicredit, sul quale viene costantemente informato l’allora ministro dell’Energia e genero di Erdogan, Albayrak?

I riferimenti al bonifico da 40 milioni nelle mail rintracciate nel database Wikileaks relativo alla casella postale di Albayrak
I riferimenti al bonifico da 20 milioni nelle mail rintracciate nel database Wikileaks relativo alla casella postale di Albayrak

Sono una serie di bonifici. Il primo risalirebbe al 29 aprile 2016 e vale 51,5 milioni di dollari. Lo avrebbe effettuato la filiale londinese di Deutsche Bank, per conto di una società svizzera, la Arkham S.A. di Ginevra, che si occupa di compravendita di idrocarburi. Il beneficiario sarebbe il Governo Federale del Kurdistan, ossia il governo autonomo del Kurdistan iracheno alleato degli Stati Uniti, che lo avrebbe ricevuto presso Halk Bank, una banca popolare turca a controllo pubblico. Questo bonifico viene citato una volta, e l’istituto tedesco ne starebbe chiedendo la restituzione, con una mail proveniente dalla sede di Dublino. Poi se ne perdono le tracce.

Ne compare un altro, stavolta si riferisce a un bonifico da 40 milioni di dollari. Non è facile individuare la data della valuta, ma l’emittente è sempre Edgewater Fall e il beneficiario il Governo Federale del Kurdistan di Erbil.

«We understand – si legge nella mail – that Kurdistan Regional Government already instructed your bank tu refund us USD 40 000 000 in favour of our customer Edgewater Fall Limited. Please return funds without further delay».

Poi questo bonifico di 40 milioni viene associato a un altro da 20 milioni, e qui sembra entrare in gioco Unicredit. Dalle mail sembra proprio che sia un dirigente italiano della filiale di Monaco di Baviera, infatti, a contattare con insistenza tale Selin Alakustekin di Halk Bank con mail il cui oggetto è: «Return of funds – USD 20mln and USD 40mln». Entrambi i pagamenti provengono da Edgewater ed erano destinati erroneamente al governo curdo di Erbil. Come già detto, l’italiano insiste parecchio con il collega turco: si tratta di una cifra importante, lo informa, i nostri clienti sono a disagio e sono pronti a intraprendere azioni legali. Il turco sembra temporeggiare e alla fine dopo più di una settimana di risposte utili a prendere tempo informa Unicredit che la questione è al vaglio dell’autorità turca sull’energia e che verranno informati sulle ulteriori novità. Le informazioni a nostra disposizione si interrompono qui. Non sappiamo come si risolva la questione, se i fondi vengono restituiti. Ovviamente non abbiamo nemmeno idea di chi fosse il destinatario corretto di queste importanti somme né possiamo affermare con certezza che le mail siano autentiche.

You may remember that we have been talking yesterday regarding two payments to be canceled (details below in the copies of the Request for cancelation we sent to BKTRUS). Our customer has informed us that the beneficiary already communicated the consent to return the funds. Can you please confirm that you received the consent and have sent the funds back to us?

Una mail che secondo Wikilieaks sarebbe stata inviata da Unicredit a Halk Bank il 12 maggio 2016, sotto si trovano tutti i riferimenti che permettono di individuare con chiarezza emittente dei bonifici e beneficiario

Ciò che sappiamo, grazie a quanto trapelato sui giornali dell’inchiesta cagliaritana che coinvolge la raffineria di Sarroch, è che al centro delle attenzioni della Procura c’è proprio la richiesta di Unicredit di stornare un bonifico 60 milioni effettuato da Edgewater in favore del governo curdo. L’ipotesi degli inquirenti sarebbe quella che Edgewater avesse pagato per errore i curdi, non accorgendosi che i pozzi dell’Iraq settentrionale erano passati in mano all’Isis e che quindi fossero gli islamisti a dover ricevere il bonifico. Nello scambio di mail che raccontiamo, non compare mai alcun elemento che associ la Saras alla vicenda. Le similitudini tra il bonifico di cui parla Foschini e quello di cui parliamo in questo articolo sono invece evidenti. Ciò che è emerge con chiarezza, in ogni caso, è che, se è accaduto qualcosa di illecito, il governo turco e probabilmente lo stesso presidente Erdogan ne erano a conoscenza o forse, addirittura, hanno svolto un qualche ruolo all’interno della vicenda. E questo a prescindere dal coinvolgimento della Saras, per ora oggetto di ipotesi investigative formulate dalla Procura della Direzione Distrettuale Antimafia di Cagliari.

Appendice

Pubblichiamo qui di seguito una serie di link che rimandano alle fonti di questo articolo.

Wikileaks, la casella di Berat Albeyrak: https://wikileaks.org/berats-box/

Wikileaks, la quattro mail sui bonifici da 60 milioni di dollari: https://wikileaks.org/berats-box/?q=edgewater&mfrom=&mto=&title=&notitle=&date_from=2016-01-01&date_to=2016-12-31&nofrom=&noto=&count=50&sort=0#searchresult

la Repubblica, l’articolo di Giuliano Foschini: https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/10/07/news/il_petrolio_dell_isis_nelle_raffinerie_sarde_sotto_inchiesta_la_saras-269811299/

Saras, la smentita all’articolo di Giuliano Foschini: https://www.saras.it/sites/default/files/uploads/pressreleases/comunicato-8-ottobre-2020-ita.pdf

Saras, la posizione di Massimo Moratti: https://www.saras.it/sites/default/files/uploads/pressreleases/comunicato-9-ottobre-2020-ita.pdf

Report, l’inchiesta del 2018 di Giorgio Mottola su un’altra vicenda legata all’ipotesi di contrabbando di petrolio tra l’Isis e la raffineria di Sarroch, smentita dalla società: https://www.raiplay.it/video/2018/11/Report-Inchieste-Nero-come-il-petrolio-19112018-06f5efb9-f0c3-4e2d-83fe-b0f2ad5f7b70.html

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