Soli contro il mondo? Una prospettiva europea di liberazione nazionale

Ce lo ricordano i jet dell’Aeronautica e i carri armati dell’Esercito che, tra ieri e oggi, hanno ripreso a scorrazzare per la nostra isola, con l’avvio delle esercitazioni militari per la stagione 2020/21: siamo un pezzo di terra emersa mediterranea al servizio di un sistema mondiale che affronta grosse difficoltà e si prepara alla guerra. Siamo del tutto subalterni, nessuna delle decisioni che contano per il nostro futuro viene presa davvero in Sardegna e, mentre ci arrovellavamo sul taglio dei parlamentari, il mondo ha continuato ad andare avanti, con l’isola ridotta a spettatrice inerme del proprio destino.

Esempio banale, di cui ho scritto in questo blog (qui, qui e qui): dopo un paio di anni di stretta collaborazione della Regione Sardegna con Huawei sulla rete 5G, il progetto sembra essersi interrotto di colpo. Il motivo? La Sardegna si trova in quella parte di mondo che con la Cina non deve collaborare. Può essere un bene o può essere un male, non è di questo che voglio parlare. Il fatto è che le decisioni sul nostro futuro non le prendiamo noi, spesso non le prende nemmeno lo Stato che da tre secoli esercita il potere in Sardegna, ossia l’Italia.

Mentre in quella parte di globo che più ci è vicina, la grande massa del continente euroasiatico, si continuano a registrare picchi di tensione nelle relazioni fra i paesi più influenti, pare sempre più evidente che noi, da soli, in questo mondo non abbiamo alcuna possibilità. È su questo dato oggettivo che si basa il ragionamento di molti: «Altro che indipendenza, altro che nazionalismo! La Sardegna senza l’Italia non può farcela!». In realtà siamo di fronte a un banale caso di conclusione fallace, fondata su un argomento incontestabile. Non c’è bisogno di grandi spiegazioni: la Sardegna ha un ruolo ben preciso nel sistema Italia, dovuto a condizioni socio-economiche ben precise: è un luogo dove trasferire esternalità negative, cioè tutte le conseguenze inopportune di azioni che l’Italia deve necessariamente compiere. Potrebbe esserlo per il deposito unico sulle scorie nucleari – tornato di recente sulle bocche di tutti perché inserito nel piano italiano per il Recovery Fund ma per il quale, in realtà, non si registra nessuna novità sulla scelta della sede -, lo è quotidianamente da decenni per le esercitazioni militari, lo è spesso per il sistema carcerario. In generale è un luogo il cui sviluppo non rientrerà mai nelle priorità di qualsiasi governo italiano. Il motivo è semplice, pesa troppo poco l’isola nel contesto politico italiano e questa situazione è irreversibile.

Ma che da soli non possiamo farcela, resta vero. Guardiamo la Catalogna – PIL pro capite nel 2018 32 600 euro, in Sardegna 21 200 -, molto più ricca di noi, dotata di infrastrutture e risorse strategiche che in teoria le permetterebbero di passare indenne la transizione dal Regno di Spagna alla Repubblica. Eppure, quel processo di transizione cominciato esattamente tre anni e un giorno fa, non si è ancora concluso e ora viene rimesso in discussione dalle stesse forze politiche indipendentiste, che chiedono che il verdetto popolare sia riconfermato da una lettura plebiscitaria delle prossime elezioni regionali, previste per il 14 febbraio. Ciò che è mancato principalmente alla Catalogna è stato il sostegno estero, elemento che in politologia è considerato essenziale perché il processo di costruzione della nazione sbocchi in quello di costruzione dello stato. La Sardegna non è da meno, e, anzi, la presenza delle basi militari italiane costituisce un freno teoricamente insuperabile – a meno, ovviamente, di un cambio di assetti globale – a qualsiasi forma di autodeterminazione statuale.

E allora rinunciare? No. Ci si potrebbe gettare nell’abbraccio di potenze rivali al fronte in cui ci troviamo, nostro malgrado, collocati. Ma ne vale la pena? In fondo si tratterebbe soltanto di passare dall’altro lato della scacchiera, rimanendo sempre una pedina eterodiretta.

Una prospettiva ben più ragionevole è quella di costruire da sé questo sostegno internazionale, elemento imprescindibile per qualsiasi popolo che voglia autodeterminarsi. Non da soli, questo è chiaro, e non nel quadro di una Unione Europea che ha mostrato definitivamente la propria inutilità per queste aspirazioni nella scelta di abbandonare a se stessa la Catalogna. Ma guardiamoci intorno, la Corsica, la stessa Catalogna, la Sicilia: l’elenco irrisolto delle nazioni senza stato europee è lungo. Anche senza volersi spingere troppo al di là del Mediterraneo, c’è un gruppo consistente di possibili alleati.

In un mondo che cambia e diventa sempre più invivibile per i piccoli, destinati a essere schiacciati nei nuovi confronti tra potenze e potenzine globali, l’unica soluzione è stare sempre più vicini, costruire un fronte interno all’Europa che gradualmente metta in atto scelte sempre più forti di autonomia e indipendenza. Questo può essere fatto al di là delle limitazioni giuridiche sull’autodeterminazione: una confederazione europea o mediterranea di popoli che non possono decidere del proprio futuro, in grado di far valere un ruolo politico ed economico più influente del peso specifico che avrebbero presi una per una. È una scelta istituzionale, non può essere perseguita a un livello base ma deve essere portata avanti dalle istituzioni autonomistiche che governano le regioni interessate. Servono soldi, tanti, e serve coerenza politica nel perseguimento dell’obiettivo. Se ne ragiona in termini astratti da tempo, ma è sempre più necessario dare una forma concreta a questi disegni. Il mondo nel frattempo va avanti, e noi siamo destinati a soccombere di fronte a guerre, combattute o meno, che non ci riguardano.

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