Catalogna, la rottura ancora non c’è

Si temporeggia ancora, in Catalogna, e l’unità invocata dal presidente deposto Quim Torra per le elezioni che determineranno il suo successore andrà costruita passo per passo. Varie sono le questioni che dividono i partiti del fronte indipendentista, dalle perplessità della sinistra repubblicana sulla scelta di Torra di non sciogliere il parlamento di Barcellona prima della sentenza, in maniera tale da evitare simbolicamente l’interferenza del corte suprema di Madrid, fino ai problemi di ricomposizione interna del centrodestra moderato indipendentista. La proposta di Torra, di trasformare le elezioni di inizio 2021 in un nuovo plebiscito per l’indipendenza ha raccolto molta perplessità nelle fila di Erc (sinistra repubblicana) stando a quello che riportano alcune testate catalane. Inoltre, non bisogna dimenticare che anche a livello popolare la disillusione nei confronti della classe dirigente che ha guidato la mancata transizione repubblicana del 2017 continua a crescere. Così, l’ennesimo appello alla rottura democratica e pacifica da parte di Torra è sembrato a molti un modo altisonante di promuovere la strategia elettorale della lista unitaria, su cui però il fronte indipendentista per ora non ha ancora trovato l’accordo.

Ma c’è anche stanchezza nella società, dicevamo. Interessante a questo proposito l’editoriale di Vicent Partal, direttore della testata online Vilaweb.cat. «I partiti indipendentisti e lo stesso Torra hanno insistito ieri sul fatto che la risposta a un attacco così grave sia votare alle prossime elezioni, votare in massa per l’indipendenza – ha scritto Partal -. Sostengono che sia necessario superare il 50% dei voti e che a quel punto ci sarà un balzo in avanti monumentale, che porterà a importanti cambiamenti. È difficile credere a questo. È molto difficile per me credere che il voto possa bastare». Da Partal arriva un invito a accelerare i tempi, non a caso l’editoriale si intitola «Bisogna accendere un nuovo fuoco, dopo il fallimento definitivo dell’idea di un govern effettivo». L’auspico dunque, per il direttore della testata online, è quello di un rapido cambio di passo e «andare rapidamente verso l’effettiva realizzazione della Repubblica. È imperativo. Ora che sappiamo, senza alcun dubbio, che quando verrà il momento, i catalani potranno decidere liberamente e in pace, tutti allo stesso modo, chi è il Presidente della Repubblica. E ora che, per il momento, è diventato chiaro che i catalani non potranno mai decidere liberamente e in pace, tutti allo stesso modo, chi è il presidente della Generalitat».

Ieri, in ogni caso, ci sono state mobilitazioni di piazza che si ripeteranno anche stasera e che sono costate a cinque cittadini l’arresto. Il clima, però, non è quello che accompagnò la reazione alla condanna dei leader del processo referendario, sebbene sia chiaramente da considerare, oltre alla disillusione popolare, il grosso peso della pandemia, che nello stato spagnolo sembra non conoscer freni. A questo proposito, il governo centrale del socialista Sanchez continua a rifiutarsi di intervenire nella Comunità autonoma di Madrid, dove la risposta del locale governo di destra al focolaio più preoccupante d’Europa sembra non essere assolutamente all’altezza.

Torra, dal canto suo, ha fatto ricorso contro la sentenza presso il Tribunale Costituzionale e la risposta dovrebbe arrivare il prossimo 6 ottobre. Nel frattempo i partiti del fronte indipendentista si sono accordati per la road map che porterà, il 31 gennaio o al più tardi il 7 febbraio, alla celebrazione di nuove elezioni in Catalonga. Resta da costruire, però, l’accordo politico.

Da segnalare, infine, il totale silenzio delle istituzioni della Regione Sardegna sul grave attacco perpetrato dal Regno di Spagna ai danni di una regione autonoma come quella catalana. Persino Pigliaru ebbe più coraggio.

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