“A che punto è la notte?” Effetti politici del sì: la Sardegna rischia di votare per il Senato insieme ad altre Regioni

Il titolo di uno splendido romanzo giallo della coppia Fruttero & Lucentini, ambientato in una cupa Torino degli anni Settanta fra terrorismo, prime infiltrazioni mafiose e preti eretici è una citazione della Bibbia, per la precisione del libro di Isaia. La domanda è volta a una sentinella, e la risposta che arriva è parecchio enigmatica: «Viene la mattina, poi anche la notte».

Questa citazione, a metà tra il sacro e il profano, è opportuna perché effettivamente si tratta della giusta domanda da porsi, in questo momento, in relazione all’esito del referendum sul taglio dei parlamentari. Il tono cupo dell’atmosfera biblica – poco prima viene invocato Jahvè con uno dei suoi nomi più terribili, Dio degli eserciti – non deve trarre in inganno: il risultato del voto di domenica e lunedì non ha gettato la democrazia nel buio della notte. Sta di fatto, però, che in troppi evitano di prendere in considerazione le tendenze di lunga durata della storia politica italiana. Una fra le principali tendenze è la resistenza delle classi dominanti nei confronti dell’instaurazione di una piena democrazia partecipativa o, più in generale, verso ogni fenomeno di allargamento della platea popolare in grado di concorrere, in una qualche misura, alla spartizione del potere. Cosa fu il fascismo se non, fra le altre cose, una risposta supportata dalla borghesia e dai gruppi di potere al suffragio universale maschile, concesso in due tronconi tra il 1912 e il 1918, che avrebbe gettato sulla scena politica le masse popolari e le loro prospettive riformiste e rivoluzionarie?

«Sentinella, a che punto è la notte?
Sentinella, a che punto è la notte?»
La sentinella risponde:
«Viene la mattina, e viene anche la notte.
Se volete interrogare, interrogate pure;
tornate un’altra volta»

Isaia, 21,11-12

E come inquadrare diversamente la proposta di legge elettorale democristiana del 1953, chiamata dalle opposizioni legge truffa? Per evitare di ritrovarsi a trattare con i partiti della sinistra negli anni a venire, la Dc ideò un sistema elettorale che premiava col 65% dei seggi – una quota che avrebbe consentito teoricamente alla Democrazia Cristiana in alleanza con Movimento Sociale Italiano e Monarchici di sconvolgere la costituzione repubblicana – il partito che otteneva il 50% dei voti. Il meccanismo non scattò per pochissimo, la Dc e i partiti apparentati si fermarono alle elezioni successive al 49,8%. La legge fu poi abrogata.

Come valutare, poi, la strategia della tensione, la creazione di Gladio e, su un piano ovviamente meno eversivo, l’approvazione alla caduta della Prima repubblica di leggi elettorali maggioritarie, sia negli enti locali che a livello parlamentare? Una tendenza di lunga durata, per quanto lunga possa essere la storia dello stato italiano, e che non si è certo esaurita. Il punto, però, è che i partiti si adeguano in primo luogo alle contingenze, e solo dopo ai loro piani programmatici di lungo periodo. Così, benché in teoria l’intero arco parlamentare (Cinquestelle compresi) ambisca ad un risultato di questo tipo, cioè banalmente alla conservazione del proprio potere a discapito delle eventuali nuove insorgenze democratiche della società, il progetto non riesce mai a compiersi perché lo schieramento più debole tende sempre a tutelarsi. Ora, è chiaro che la riduzione dei parlamentari – soprattutto se viene combinata a leggi elettorali poco o per nulla proporzionali – renda più facili operazioni che puntano alla riduzione degli spazi democratici e alla realizzazione del sogno di Berlusconi, quello di una repubblica presidenziale a trazione settentrionale. La ragione è banale: i politici non sono automi, di conseguenza – soprattutto quando entrano in gioco questioni istituzionali – vanno presi e convinti uno per uno. Meno parlamentari servono per arrivare alle maggioranze qualificate che la costituzione prevede per le modifiche istituzionali, meno il governo deve convincerne e più facile, dunque, raggiungere il risultato.

Ora, se si vuole leggere il referendum per i suoi effetti di breve periodo, è evidente che nulla di tutto questo ha senso: il messaggio che passa è quello del segnale popolare ad una classe politica sfiduciata. Trovo comunque imbarazzanti molti dei commenti di sinistra sul No che vince nei ricchi centri storici di Roma e Milano e il Sì che si impone in tutti gli altri quartieri. In sostanza, la mappa è la medesima del consenso di Lega e Cinquestelle qualche anno fa. Può essere indice di malcontento, dell’inesistenza di una sinistra che invece settant’anni fa mobilitava le masse contro la Legge Truffa; non certo dell’auspicabilità della proposta politica in questione, la riduzione dei parlamentari.

Tornando però agli effetti di lungo periodo, e quindi all’argomentazione dell’inizio di questo articolo, cioè l’esistenza di una resistenza di lunga durata nella politica italiana agli allargamenti democratici, caliamo la questione sul piano sardo. Una delle grandi incompiute della democrazia italiana è il mancato riconoscimento dei diritti delle minoranze etno-regionali. L’Italia è uno stato plurinazionale, questo è un fatto, ma in teoria e nella pratica politica si presenta come uno stato unitario dal punto di vista etnico e della storia politica delle comunità che lo abitano. Pensiamo alle Regioni, tolte quelle a Statuto Speciale (Sardegna, Sicilia, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige) le altre, pur essendo previste in costituzione fin dall’inizio, si formarono solo nel 1970. In un primo tempo era stato il PCI a opporsi alla loro nascita, temendo che la frammentazione del consenso su base regionale indebolisse l’unità del proletariato. Ma il PCI non governò mai, e anzi resosi conto che in alcune regioni avrebbe potuto accedere a quel governo che a livello statale gli era negato cambiò posizione. Furono le destre nei fatti a ritardare così tanto il pieno compimento della costituzione repubblicana e la nascita delle Regioni. Ora la sinistra parlamentare, sempre più minoranza, si è resa conto che con il taglio dei parlamentari rischia di restare fuori dal Senato. Perché? Il motivo è che il Senato si elegge, per costituzione, su base regionale, così nelle regioni in cui si contendono pochi seggi (fra le quali la Sardegna, appena 5) si rischia che la torta se la mangino i primi due, forse tre, partiti. Così, da Liberi e Uguali è arrivata una proposta che al momento gode dell’appoggio di tutta la coalizione di governo: modificare ulteriormente il testo costituzionale, e stabilire che il Senato non si elegge più su base regionale ma su base circoscrizionale. L’obiettivo non è nascosto dai proponenti: si tratta di costituire, per il Senato, circoscrizioni che accorpino più regioni fra quelle che eleggono pochi senatori, così da garantire una sorta di diritto di tribuna anche alle minoranze politiche. Questo diritto, evidentemente, però non è un pasto gratis: in cambio, bisogna limitare il diritto di tribuna delle minoranze etno-regionali. Non sarebbe improbabile, dunque, se passasse questa proposta come per il momento sembra, ritrovarsi fra qualche anno a votare per il Senato in circoscrizione con la Sicilia o, perché mettere limiti al possibile?, con la Basilicata!

Forse la proposta di Leu arriva in buona fede, ma è chiaro che si possa verificare un tipico caso di eterogenesi dei fini, con la palla che viene colta al balzo per far fuori tutto d’un colpo ogni velleità di accesso al Parlamento per un partito sardo. E insomma, chissenefrega se in questo momento i partiti sardi non sono in grado di fare concorrenza nemmeno alle percentuali di Italia Viva. Quel che accadrà domani non possiamo conoscerlo: la politica è l’arte di prepararsi a tutte le eventualità, sapendo cogliere al momento giusto le sfumature del presente. Ecco uno dei motivi per cui la vittoria del Sì, per quanto non apra al momento le porte a nessuno sconvolgimento, può essere prodromo di effetti pesantemente peggiorativi sulla democrazia.

Insomma, a che punto è la notte? Può venire l’alba, come può venire ancora il buio. Molto dipende dalla capacità di intellettuali e classe politica sarda di saper cogliere la realtà e le tendenze, attrezzandosi con un’organizzazione efficace e rappresentando al meglio gli interessi di una collettività subalterna come quella isolana.

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