Apologia di Fabio Aru

L’essenza del ciclismo non sta certamente nell’intensità del ritmo delle competizioni. È uno sport fatto di momenti, per gli spettatori, ma fatto di interminabili ore e faticosi chilometri per chi lo pratica. Quei momenti, quelli per cui ci esaltiamo noi che lo guardiamo, durano talvolta qualche ora, più spesso qualche minuto. Eppure, non esisterebbero se non ci fossero quelle ore di preparazione, una preparazione fatta di graduale sfiancamento, durante le quali le energie si assottigliano e alla fine chi vince, la tappa o la salita, è chi ha conservato più energie, non il più bravo.

Come la vita, o come un’opera narrativa dai connotati epici, è tutto un lungo predisporsi di eventi che, infine, congiungendosi fra loro determinano un risultato, in una climax drammatica e drammaturgica che non avrebbe alcun senso, se ne si vedesse solo l’ultimo gradino.

Per questo il ciclismo, sport lento, è piaciuto tanto e forse è per questo che piace sempre meno. E questa sua caratteristica epica, comporta l’agglomerarsi di mutevoli emozioni, la gioia, il rimpianto, il dolore. Il tragico della caduta è un tema portante della narrativa su due ruote, ieri abbiamo assistito alla discesa solitaria agli inferi di Fabio Aru, abbandonato da tutti, con i cronisti Rai che hanno presto sostituito la compassione umana con la malcelata soddisfazione per le frasi violente di Beppe Saronni, Team Manager della UAE, la squadra del villacidrese. Solo, nella pioggia e nel maltempo, senza nemmeno un gregario a sostenerlo e per una scelta precisa della squadra, quella di fargli capire che lui per loro ormai è solo un costo. Solo con dietro la macchina dell’organizzazione che chiude la corsa, la scopa che ramazza i ciclisti che non ce la fanno più, nonostante siamo negli anni della preparazione scientifica certosina di ogni corsa, dei watt, e di altre menate varie.

Fabio Aru ha 30 anni, per un ciclista generalmente è il culmine della carriera e di anni di buoni risultati davanti ce ne dovrebbero essere ancora molti. Per lui, invece, sono gli anni del declino. Eppure dando uno sguardo al suo palmarès, Aru è un gradino sopra a suoi coetanei come Romain Bardet e Thibaut Pinot. Ha vinto la terza corsa a tappe più importante del mondo, la Vuelta di Spagna, ha indossato la maglia Rosa al Giro d’Italia e la maglia gialla al Tour de France e in entrambe queste competizioni ha vinto tappe. Ha vinto i campionati italiani, e per uno scalatore puro come lui è un risultato notevole. Con quelle caratteristiche, da scalatore puro che teme le sfide contro il tempo e non ha l’esplosività di altri, ha portato a casa nella prima metà della sua carriera risultati che non lo portano certo sull’Olimpo dei campionissimi, ma lo rendono comunque uno dei migliori ciclisti dell’ultimo decennio. Quella dello scalatore puro è una carriera di sofferenze, per necessità, perché per vincere in montagna serve il dolore alle gambe e la sfida costante ai propri limiti umani, e per caso, perché sono poche le occasioni di salire sul gradino più alto del podio per chi ha quelle caratteristiche.

Aru però non ha mai goduto di buona stampa, sempre in ombra per i giornalisti sportivi italiani, e antipatico ai tifosi per aver osato opporsi sportivamente all’idolo Vincenzo Nibali, suo capitano quando militavano insieme nella Astana. E poi chissà, forse anche per aver sempre fatto riferimento più ai Quattro mori che al Tricolore, lui che nelle grafiche di un Tour de France di qualche anno fa, quando era stato inserito nel parterre dei favoriti, aveva scelto di farsi rappresentare dalla bandiera sarda e non da quella italiana. Anche questo forse, ha pagato Fabio Aru. Oltre ai problemi di salute, scoperti solo dopo due anni dal crollo dei risultati: provateci voi a pedalare forte in salita, con le arterie che pompano il sangue nelle gambe che non funzionano a dovere. Aru probabilmente paga anche per la sua bontà d’animo: non l’abbiamo mai visto arrogante o presuntuoso, ha sempre avuto rispetto di tutti i colleghi e umiltà. E anche questo, forse, non piace a un mondo di tifosi che vuole eroi e non uomini. Un mondo malato, quello dei fan del ciclismo, di gente che sta lì a contarsi i chilometri, i watt e la velocità ascensionale – non so nemmeno di cosa si tratti io che non riesco nemmeno a pedalare senza mani – e che non si cura della dimensione narrativa, epica, che rende questo sport quello che è. L’odio e la virulenza scatenate nei commenti social alle notizie su Fabio Aru, notizie che negli ultimi anni sono quasi sempre negative, è inimmaginabile. Ricorda qualcosa, a chi il ciclismo lo ama e ama soprattutto i corridori, vero? È già successo, in forme molto più drammatiche, e sembra quasi che quella lezione non la voglia imparare nessuno.

Non so se Fabio Aru ritroverà mai la strada per tornare a essere il campione che è stato. Glielo auguro, o spero che comunque riesca a chiudere la sua carriera procurandosi qualche altra soddisfazione. Se dovesse ritirarsi, lo capirei, perché è normale chiedersi se ne valga la pena, nonostante i milioni di ingaggio, che comunque ormai saranno solo un ricordo. Per quel che riguarda me, vorrei solo dire che se l’avessi visto arrivare in maglia gialla o rosa alla fine del Tour o del Giro avrei pianto. Non è successo, quasi sicuramente non succederà mai, ma va bene così.

(la foto in copertina è di Filip Bossuyt, da Kortrijk, Belgio)

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