Parte il Tour, tra Covid e diplomazia mediorientale

Tour de France, prima tappa. Nizza-Nizza (156 km).

Che inizio strano per un Tour de France. Pioggia e cadute in questa fine di agosto che nel Midi francese uno si aspetterebbe ancora soleggiata. La fine di agosto, d’altra parte, con il Tour de France c’entra poco e nulla. La corsa, da che mondo è mondo, inizia con l’estate, ed è associata nella mente di tanti ai sonnellini pomeridiani prolungati, non alla fuoriuscita dal letargo estivo. Quante tappe viste sul divano giallo (sic!) in salotto, più addormentato che sveglio. In ogni caso, questa giornata di pioggia intensa può servire da presagio, per nulla positivo, per le condizioni in cui si correranno Giro d’Italia e Vuelta, nel bel mezzo dell’autunno, tra neve e temporali. Ma tant’è, questo è il primo anno bisestile dal 1944 in cui non viene disputata l’olimpiade estiva. Al confronto, quanto pesa lo spostamento a fine agosto della Grand Boucle? Lo scopriremo nelle prossime tre settimane, durante le quali lo sguardo degli appassionati di ciclismo non sarà dedicato solo alla corsa delle biciclette, ma anche a quella del virus.

Il rischio che, a causa del Covid, non si arrivi a Parigi domenica 20 settembre esiste. Tanto che l’ha ammesso persino il direttore sportivo della Ineos, la vecchia Sky: la corazzata che da anni asfalta le strade del giro di Francia. Insomma, non l’ultimo dei galoppini. Ineos che quest’anno non schiera Chris Froome, il mattatore del Tour nell’ultimo decennio: il ciclista anglo-keniano, ancora tesserato con la Ineos ma comunque non partente, ha deciso di andare a godersi dalla prossima stagione una pensione dorata all’Israel Start-Up Nation, squadra nata con il preciso scopo di propagandare la legittimità dello Stato di Israele e che, con Greipel e Daniel Martin qualche possibilità di vittoria di tappa, per quanto remota, ce l’ha. Ognuno può vederla un po’ come vuole, ma a me pare che la partecipazione del team israeliano al Tour sia più o meno come se, nel 1978, una squadra chiamata South Africa White Nation Team fosse stata ammessa a partecipare a quella che è senz’ombra di dubbio la più importante manifestazione sportiva a cadenza annuale in tutto il mondo. Insomma, una vergogna.

Chissà se, dopo l’inizio delle relazioni diplomatiche fra i due paesi, che in quanto a sprezzo dei diritti umani sono vicini da tempo, vedremo in corsa alleanze fra il team israeliano e quello degli Emirati Arabi Uniti, quella UAE che oggi, per inciso, si porta a casa prima tappa e maglia gialla grazie ad una volata imperiosa del norvegese Alexander Kristoff. UAE che, nonostante tutto, un po’ toccherà tifare dato che ci corre Fabio Aru, che in quest’anno assurdo si trova davanti ad una svolta decisiva per la sua carriera. Da grande promessa a campione mancato e, magari, gregario di lusso? Aru, intendiamoci, ha già dato tantissimo nella sua carriera, benché la stampa sportiva italiana l’abbia sempre relegato a un ruolo di secondo piano. È il miglior ciclista sardo di sempre, ha vinto una Vuelta e indossato Maglia Gialla e Rosa, ma il potenziale non è mai stato espresso al massimo, complici anche dei problemi fisici che hanno segnato le sue ultime stagioni e che non sappiamo se siano stati risolti. Con quella faccia un po’ così, però, e con quell’andatura dinocolata non gli si può voler male.

E se questo Tour, iniziato ieri con un circuito da 156 chilometri nel Nizzardo, può essere per Aru il Tour della rinascita, siamo all’anno zero per la corsa in generale. Banalmente, questo lo dice il calendario, termina il secondo decennio degli anni Duemila. Ciclisticamente, potrebbe essere sancita la fine del decennio di dominio dei britannici di Sky-Ineos e alla partenza di Nizza mancavano, oltre a Froome, anche Vincenzo Nibali, l’unico vero rivale di Froome in terra francese negli ultimi anni, e Geraint Thomas. Due parole su Thomas. Gallese, è stato per anni il luogotenente di Froome. Poi nel 2018 la congiura dei senatori, e come un Bruto qualsiasi Thomas fece fuori l’imperatore Froome che si era ormai avviato per Sunset Boulevard, oltre ad essere reduce da un favoloso e faticoso Giro d’Italia. E, come un Bruto qualsiasi, la gloria del congiurato durò poco: l’anno scorso è stato un giovane compagno di squadra, il ventiduenne colombiano Egan Bernal, a indossare i panni di Marco Antonio (o Ottaviano, fate voi) e a vendicare l’assassinio di Cesare, sconfiggendo Thomas e diventando il primo sud americano a indossare la maglia gialla sui Campi Elisi. A quanto dicono gli esperti, i favoriti sono proprio il colombiano Bernal (Ineos) e due corridori della Jumbo: lo sloveno Roglic, che è arrivato al ciclismo relativamente tardi partendo dal salto con gli sci, e l’olandese (dal cognome però molto adatto al Tour de France) Tom Dumoulin. Poi una sfilza di pretendenti minori, dal francese Thibaut Pinot – che però ieri è caduto e per poco non ha rischiato di ritrovarsi sul groppone qualche minuto di ritardo in generale fin dalla prima tappa -, al basco Mikel Landa e al colombiano Nairo Quintana. Alla UAE, che comunque non ha velleità di vittoria, sembrerebbe che Aru sia destinato a far da gregario a un ventunenne sloveno, Tadej Pogačar. Ma Aru ha trent’anni, e Pogačar pecca molto di esperienza, nonostante il terzo posto alla Vuelta dell’anno scorso. E insomma, nel ciclismo l’esperienza conta e francamente mi dispiacerebbe vedere un Aru finalmente in condizione, sacrificarsi per fare il gregario ad un pivellino. Ma la forma del trentenne di Villacidro, d’altra parte, è un’incognita con premesse non troppo positive, questo non va dimenticato.

Sulla corsa, qualche riga di cronaca. Nonostante il percorso sia, teoricamente, interdetto, un po’ di pubblico si vede. Pioggia e asfalto viscido fanno cadere tanti corridori, benché il gruppo decida di rallentare il ritmo viste le condizioni di scarsa sicurezza. Fra di loro anche Julian Alaphilippe, il nuovo campione italiano ed europeo Giacomo Nizzolo, e il favorito dei francesi per la vittoria finale, Thibaut Pinot. Quest’ultimo va giù a 2,7 chilometri dalla fine, fosse caduto 301 metri prima avrebbe perso vari minuti in classifica generale, ma al terzultimo chilometro scatta lo stop al cronometro in caso di incidente. La volata è bella, per quanto possa esserlo una volata con poco pubblico, e il norvegese Kristoff si impone con forza, tirandosi dietro un altro normanno, il danese Mads Pedersen. Terzo posto per l’olandese Cees Bol. Dietro Peter Sagan, arriva quinto, è finito anche il suo ciclo? Chissà. Lo slovacco è stato negli ultimi anni uno dei ciclisti più belli da vedere in azione, ma ci sono tanti giovani che premono nel suo ambito. Sarà la corsa a dirci se anche quest’anno si porterà a casa la maglia verde, quella del miglior sprinter, come accaduto ben sette volte nell’ultimo decennio.

Oggi, la seconda tappa, prevede sempre partenza e arrivo a Nizza. L’altimetria è interessante, con due gran premi della montagna di prima categoria, il Col de la Colmiane e il Col de Turini. Da quest’ultimo al traguardo, però, ci sono ancora 86 chilometri che tuttavia non saranno pianeggianti, ma abbastanza mossi, con l’ultimo strappo a 11 chilometri dall’arrivo. Una tappa inusuale, all’inizio del Tour e che ricorda più che altro i primi giorni di corsa del Giro. Niente esclude a priori l’arrivo in volata del gruppo, ma c’è spazio per fughe e tentativi nell’ultima parte della corsa.

(la foto in copertina è di Tour de France/ASO)

Ordine d’arrivo

1. Alexander Kristoff (Nor, UAE-Emirates) in 3h46’23”
2. Mads Pedersen (Den, Trek Segafredo) s.t.
3. Cees Bol (Ned, Team Sunweb) s.t.
4. Sam Bennett (Irl) s.t.
5. Peter Sagan (Svk) s.t.
6. Elia Viviani (Ita) s.t.
7. Giacomo Nizzolo (Ita) s.t.
8. Bryan Coquard (Fra) s.t.
9. Anthony Turgis (Fra) s.t.
10. Jasper Stuyven (Bel) s.t.
39. Primoz Roglic (Slo) s.t.
43. Tom Dumoulin (Ned) s.t.
45. Egan Bernal (Col) s.t.
61. Fabio Aru (Ita) s.t.
144. Thibaut Pinot (Fra) s.t.

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