Nazionalismo indù e disastro Covid, la più grande democrazia del mondo slitta pericolosamente verso destra.

È una destra religiosa, quella che continua a crescere in tutto il mondo, ma quale sia le religione poi poco importa. Può essere l’evangelismo americano che sostiene Trump negli Usa e Bolsonaro in Brasile, può essere l’ebraismo escludente di Netanyahu in Israele, l’imperialismo ottomano e islamico di Erdogan o il cattolicesimo preconciliare della destra spagnola, italiana e francese. Può essere anche l’induismo nazionalista del primo ministro indiano Narendra Modi.

Modi incontra la madre dopo aver vinto le elezioni del 2014
By Prime Minister’s Office, Government of India

Di India ne sentiamo parlare poco, sui media in lingua italiana, ma questo non vuol dire che ciò che accade lì non sia importante. Parliamo di un paese con 1 miliardo e 400 milioni di abitanti, un paese che fino a poco tempo fa era considerato la più grande democrazia del mondo (con tutti i suoi limiti, ovviamente), un mosaico di religioni, culture ed etnie costituitosi in millenni di storia. Con queste dimensioni, il concetto stesso di minoranza diventa relativo: così se gli induisti rappresentano circa l’80% della popolazione, il 14% di musulmani ne fa comunque il secondo paese al mondo per popolazione islamica, dietro l’Indonesia, e le altre minoranze come cristiani, sikh e buddisti, a fronte di basse percentuali, contano comunque milioni di adepti. Un paese enorme, con tantissimi problemi che ne hanno frenato l’ascesa nel novero delle potenze mondiali, ma dotato di bomba atomica, così come i suoi due vicini e rivali, il Pakistan e la Cina.

Quella che era considerata, una volta, la più grande democrazia del mondo si trova oggi nel bel mezzo di un pericoloso e inquietante percorso di rafforzamento e legittimazione governativa del nazionalismo induista. E se in politica estera si registrano negli ultimi mesi fortissime tensioni con il Pakistan per il controllo della regione contesa del Kashmir e addirittura uno scontro mortale fra truppe indiane e cinesi negli altopiani alle pendici dell’Himalaya, anche la politica interna mostra segnali pericolosi: di recente, il governo di Modi ha approvato una legislazione sulla cittadinanza che punta a escludere le minoranze non induiste dal godimento dei pieni diritti civili e politici.

“Sta giungendo a conclusione un’attesa durata secoli”

Il primo ministro indiano Narendra Modi alla cerimonia di posa della prima pietra del tempio indù ad Ayodhya, al posto della moschea distrutta nel pogrom del 1992. By Prime Minister’s Office

Il 5 agosto scorso il primo ministro Modi ha rafforzato ulteriormente la propria immagine di leader della maggioranza indù. L’occasione è stata la posa della prima pietra di un tempio induista situato nella città di Ayodhya. L’edifico religioso si trova nello stesso luogo dove un tempo sorgeva una moschea distrutta nel 1992 in quello che possiamo definire un vero e proprio pogrom, portato avanti dagli estremisti indù nei confronti della locale comunità musulmana. In tutto si contarono circa 2 mila morti e le tensioni etniche provocate dell’episodio portarono all’esplosione della violenza in tutto il paese. Modi, ha celebrato in prima persona riti religiosi, definendo il tempio come nuovo simbolo del nazionalismo ed equiparandone la costruzione alla festa che si celebra in occasione dell’anniversario dell’indipendenza indiana dall’impero britannico, avvenuta il 15 agosto del 1947.

Come sempre capita in questi contesti, le prove di forze muscolari servono anche a distrarre l’opinione pubblica da situazioni di crisi economica. Così Erdogan che minaccia la Grecia per distrarre i turchi dalle difficoltà finanziarie del paese, così Modi che si trova a governare un’India dove la pandemia ha aggravato problemi di lungo periodo, lasciando prevedere una contrazione strutturale dell’economia. Il problema è che queste escalation a un certo punto diventano incontrollabili, e la messa in mostra dei propri muscoli può trasformarsi rapidamente in una situazione politica di violenza e instabilità.

(in copertina una foto di Samuel Bournel che rappresenta la moschea di Ayodhya nell’Ottocento)

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