Specialità e insularità sono surrogati. Ci serve uno statuto che riconosca la nostra alterità

Riprendo il tema della rappresentanza politica sarda, dando per scontato che al Referendum del 20 e 21 settembre sul taglio dei parlamentari verrà confermata la legge costituzionale che riduce il numero di deputati e senatori, portandoli da 630 a 400 e da 315 a 200. In un quadro già di per sé compromesso, non aiuterà certo l’obbrobrio dei cinque onorevoli che si sono intascati il bonus Inps da 1000 euro per i liberi professionisti e le partite IVA.

Della riduzione ho già parlato qui, per ora la accantoniamo. La sua approvazione porterà innegabilmente a un calo della rappresentanza dell’elettorato sardo nei palazzi romani, con cinque senatori non ci sarà spazio che per due o tre partiti, rigorosamente italiani e, fra questi, solo i più forti. Ma ripeto, diamo per scontato che si tratti di una battaglia persa, e stiliamo una lista di priorità che hanno certamente il grosso difetto di avere scarso fascino sulle persone e sui gruppi sociali, ma che restano comunque fondamentali nella prospettiva di una progressiva emancipazione dell’isola dal controllo politico italiano. Ecco la prima

Redazione di un nuovo statuto autonomistico

Non si tratta di un’operazione a breve termine, ma proprio per questo va cominciata il prima possibile. In questo momento, la forza dei partiti politici basati in Sardegna è talmente insignificante che ci sarebbe poco spazio per incidere sul testo del nuovo statuto. Eppure, questa situazione non è immutabile, e un buon lavoro politico può portare a una posizione molto più vantaggiosa. Il nuovo statuto deve rimediare agli errori di quello post bellico ancora in vigore. Fondamentalmente, riassumendone in una parola il difetto principale, potremmo parlare di economicismo.

In quest’epoca di supremazia della tecnica sulla politica, sebbene ci si dovrebbe interrogare su quanto ci sia di tecnico e quanto di politico nei paradigmi economici che regolano l’attività di tutti i governi occidentali, può sembrare strano invocare una base di partenza politica e culturale. Eppure l’assurda richiesta del riconoscimento dell’insularità in costituzione è la conferma parossistica del fatto che c’è un grosso problema di rimozione in Sardegna. Oggetto della rimozione è la nostra alterità, surrogata prima dal concetto di specialità e oggi da quello di insularità. Quello, sbeffeggiato felicemente da Piero Marras col suo riferimento alla fede dei sardi nel «dio degli specifici», questo purtroppo elemento centrale del dibattito politico sardo odierno. L’alterità è un dato suffragato da consistenti prove scientifiche, su tutte la storia dell’isola e dei suoi abitanti, che poi può avere infinite connotazioni politiche. Dobbiamo liberarci di un elemento ambiguo: riconoscere questa alterità non significa automaticamente prospettare un futuro politicamente indipendente per la Sardegna. Uno può interpretare quel dato come preferisce e dunque formulare innumerabili progetti politici che si fondano su questa struttura. Ma se lo si nega, o lo si distorce nelle sue strutture portanti, verrà fuori sempre un proposta politica pasticciata, inutile nel migliore dei casi, dannosa nella gran parte di essi. La grande pecca dello statuto autonomistico post bellico, la cui redazione fu definita da una importante storica sarda un esercizio ai limiti del masochismo, è rimuovere totalmente questa alterità. La tesi fondamentale del testo è questa: i sardi non sono altro, tanto che non vengono mai definiti un popolo, ma sono speciali, hanno dunque bisogno di un trattamento speciale per essere integrati a pieno nella collettività italiana e questo trattamento speciale riguarda principalmente gli aspetti economici della vita di una collettività. Se il presupposto fosse stato quello della alterità, e non della specialità, ne discenderebbero considerazioni ben diverse: il popolo sardo, che è altro da quello italiano, ha il diritto come ogni popolo della terra a costruire da sé la propria società e a regolarla autonomamente.

Pensiamo ai due piani di rinascita, ottriati – ossia concessi dal parlamento romano – sulla base delle indicazioni provenienti dalla Sardegna. Sparisce in quei due piani la gran parte dell’elaborazione politica del Congresso del Popolo Sardo, voluto da forze sindacali e partiti della sinistra: un momento eccezionale nella storia della Sardegna, il vero punto di partenza di una possibile rinascita post bellica e post dominazione sabauda, al quale ancora oggi bisognerebbe guardare come a un modello. Al posto del programma congressuale, nei due piani di rinascita troviamo il prodotto della somma fra richieste ed esigenze sarde e interessi italiani. Con i risultati che ancora oggi vediamo nel fallimento della politica dei poli industriali. Ci furono effetti positivi considerevoli, afferma qualche intellettuale ex comunista – che dimentica tra l’altro di come quei piani tradirono le richieste della base comunista e sindacale sarda -, ma è una banalità: in qualsiasi colonia, seppur con gradazioni differenti, i colonizzatori realizzano infrastrutture e migliorano le condizioni economiche e il livello di istruzione del popolo.

Specialità e insularità, dicevo, sono due surrogati. È proprio una questione di psicologia collettiva, ci incaponiamo con concetti astrusi e dannosi, perché sappiamo bene che c’è qualcosa che non va, ma non riusciamo a cogliere la natura vera del trauma. Rimuoviamo, perciò, l’origine di quest’ultimo e la sostituiamo con questi due costrutti, per cui il nostro sottosviluppo deriverebbe dall’essere speciali o, addirittura, dall’essere insulari. E non cogliamo così il fatto che, come insegnano peraltro le scienze umane e sociali da decenni, la nostra condizione di sottosviluppo deriva fondamentalmente da due fattori: l’alterità non riconosciuta e la conseguente subalternità.

E sia chiaro, l’alterità non ha valore, è un dato. Essere altro non è un problema, essere altro è generalmente un arricchimento reciproco per i soggetti che si confrontano. Il problema scatta appunto quando questa diversità non viene riconosciuta o, ancora peggio, viene negata.

Ecco, quindi la prima proposta che inserisco in questa lista di priorità: riscrivere lo statuto sardo non sulla base della nostra specialità, ma sulla base della nostra alterità. È un piano programmatico che può avere il contributo e l’appoggio di forze fra loro molto diverse, ma è il riconoscimento di un dato di fatto innegabile. E da questo riconoscimento discendono tutte quelle conseguenze politiche che possono portare al superamento dello stato di subalternità che è sì cronico, ma non è mai dato una volta per tutte.

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