Nati con la camicia. La Sardegna del passato, meno povera e immutabile di quanto si pensi

I sardi del Settecento si cambiavano la camicia. Di per sé non sembrerebbe una notizia, eppure per Fernand Braudel – uno dei maestri della storiografia che guarda alla lunga durata, cioè ai fenomeni storici che attraversano le epoche con piccoli, quasi invisibili, mutamenti la cui somma determina però l’evoluzione delle società – questo piccolo dato storico risulta degno di essere citato in una delle sue opere principali, Civiltà materiale, economia e capitalismo. Le strutture del quotidiano (secoli XV-XVIII).

«Nel Settecento, in Sardegna, è di regola, in segno di lutto, conservare per un anno la stessa camicia: significa quantomeno che il contadino conosce la camicia e che non cambiarla costituisce un sacrificio»

F. Braudel

Queste le poche righe che lo storico francese dedica all’isola in un capitolo che racconta le strutture dell’abbigliamento nel mondo dell’età moderna. Purtroppo manca il riferimento alla fonte, se è nota qualcuno sarei ben lieto di conoscerla, ma il passaggio assume una certa rilevanza perché si inserisce in un racconto che fondamentalmente descrive l’abito contadino (o povero, se preferiamo) europeo come semplice, immutabile, di bassa qualità e soprattutto unico. Nel senso che di vestiti ne avevano due, uno per il giorno di festa e uno per il giorno di lavoro. Se la camicia è presente nel povero guardaroba contadino, ci spiega Braudel, lo è solo negli abiti della domenica, ma comunque non è detto. Sembrerebbe che l’isola si distacchi da questo monotono e misero quadro europeo e questo segnala, ai nostri occhi, che forse è da rivedere l’idea di una Sardegna immutabile nei millenni e di una omogenea povertà rurale. Certo, ristabiliamo le proporzioni, si tratta di un elemento minuscolo, difficilmente si può pensare di trarne considerazioni generali sulle condizioni delle masse rurali sardi in epoca moderna. Eppure, permettiamogli quantomeno di insinuarsi come un piccolo dubbio in quell’idea, costruita da geografi e linguisti deterministi e da storici e archeologi impigriti e poi propagata dalla narrazione turistica, di un’isola dove le strutture del quotidiano sono rimaste immutate fin dagli albori della storia.

Se tenere la stessa camicia per un anno era un sacrificio, questo vuol dire necessariamente che si era abituati a cambiarla con maggior frequenza. Certo, difficile aspettarsi cambi d’abito quotidiani, ma bisogna capire che nel resto dell’Europa, stando a quel che ci racconta Braudel almeno, il tenere lo stesso indumento per mesi era la norma, non l’eccezione. E il dato è ancora più significativo, perché il Settecento è quasi per intero un’epoca di regresso – come tutta l’Età moderna – nell’igiene personale, cosa molto più curata nel Medioevo, per quanto lo si voglia dipingere come l’epoca dell’inciviltà occidentale. Questo perché la reazione – cattolica, luterana e calvinista – aveva eliminato quegli spazi di promiscuità sessuale che erano i bagni pubblici. Chissà se nella Aristanis giudicale c’erano bagni pubblici, chissà quale era la quotidianità delle masse rurali sarde nel Medioevo e che mutamenti ci sono stati nel corso dei secoli.

Ed ecco un altro piccolo frammento, un altra minuscola informazione recepita in un convegno organizzato a Oristano dall’Istar e dedicato alla figura di Mariano IV. Non ricordo chi la fornì, ma ricordo il contenuto. Negli scavi archeologici presso il convento di Santa Chiara a Cagliari, nelle tombe delle monache vennero trovati bottoni che ricordavano da vicino i bottoni ancora in uso nell’abito tradizionale. Anche qui, un dato minuscolo, ma quante suggestioni provoca? Forse potrebbe raccontarci qualcosa su una moda autoctona dei gruppi sociali privilegiati del medioevo isolano, tale era spesso la provenienza delle clarisse, poi passata gradualmente all’uso delle masse rurali e trasformatasi oggi nel folklore dell’abito esibito in occasione dei momenti opportuni.

Chiaramente quelle sulla camicia nel Settecento sardo sono solo infondate e contraddittorie speculazioni. Ciò che resta è la sensazione di non conoscere molto del passato e il desiderio di colmare questi vuoti. C’è tanto da leggere, è vero, ma c’è anche tanto da scrivere, ancora.

(Nella foto, il dettaglio di una camicia in mostra presso il Centro di Documentazione della Sartiglia di via Eleonora d’Arborea, a Oristano)

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