Taglio parlamentari: partiti sardi condannati a morte prima ancora di nascere

Il taglio dei parlamentari è probabilmente inevitabile. Chi ha a cuore l’autodeterminazione dovrebbe promuovere l’equiparazione dei sardi ad altoatesini e valdostani. Solo essere una minoranza linguistica riconosciuta può far valere i nostri diritti collettivi.

Manca solo un mese e mezzo, eppure il referendum del 20 settembre sulla riduzione del numero dei parlamentari non attira l’interesse di nessuno. Quasi senza timore di smentite, possiamo produrre un’agevole profezia: la legge costituzionale che riduce i seggi di Camera e Senato verrà confermata nel disinteresse generale. Intendiamoci, non è detto che accada. Ma le condizioni attuali sono favorevoli a questo esito. C’è da sottolineare, come nota di colore, un paradosso: i Cinque Stelle stanno firmando la loro condanna all’estinzione. In uno scenario di riduzione dei seggi a disposizione, con una legge elettorale che probabilmente resterà orientata verso forme maggioritarie magari attraverso correttivi applicati a una norma nominalmente proporzionale, un partito in costante calo di consensi e guidato da una classe dirigente debole è destinato alla sottorappresentazione elettorale.

La politica è fondamentalmente speculazione sul futuro, perciò bisogna immaginare cosa comporterebbero questi numeri in una situazione in cui dei partiti basati in Sardegna fossero in grado di competere per una fetta di potere. Significherebbe la loro esclusione dalla competizione, una corsa sui 100 metri in cui però questi partiti dovrebbero competere sulla curva mentre gli altri andrebbero filati sul rettilineo

Intanto, è necessaria una rapida spiegazione degli effetti della legge. Si passerà da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori. Alle attuali condizioni, se restasse dunque in vigore il Rosatellum bis, 148 deputati e 74 senatori verrebbero eletti con un sistema maggioritario uninominale secco (chi prende più voti in un collegio passa, basta che superi il 20%) e i restanti in liste circoscrizionali plurinominali su base proporzionale, con varie soglie di sbarramento. Non mi dilungherò sul perché, ma datemi un po’ di fiducia e sappiate che questo nuovo assetto porterebbe a una riduzione degli effetti proporzionali della legge attualmente in vigore.

Ma guardiamo più da vicino la situazione sarda. L’isola passerebbe da 25 parlamentari a 16, 11 alla Camera e 5 al Senato. In termini di percentuale, non cambia nulla. Siamo il 2,5% della popolazione, e abbiamo il 2,6% dei seggi sia prima che dopo la riforma. Ma appunto la matematica politica va vista con occhi diversi rispetto alla matematica pura: 5 seggi al Senato significa l’ingresso a Palazzo Madama di due o tre partiti. E lo stesso discorso vale per la Montecitorio. Ora, io ritengo si debba tralasciare il fatto che, a livello qualitativo, la rappresentanza parlamentare sarda sia generalmente stata pessima e che quindi non ci perdiamo comunque nulla. La politica è fondamentalmente speculazione sul futuro, perciò bisogna immaginare cosa comporterebbero questi numeri in una situazione in cui dei partiti basati in Sardegna fossero in grado di competere per una fetta di potere. Significherebbe la loro esclusione dalla competizione, una corsa sui 100 metri in cui però questi partiti dovrebbero competere sulla curva mentre gli altri andrebbero filati sul rettilineo. Inoltre, questa riduzione degli spazi di rappresentanza porterebbe gradualmente – ma neanche troppo lentamente – alla costituzione di un bipartitismo di fatto nell’isola, dato che chi detiene il potere ha più possibilità di vedersi riconfermato rispetto a chi non ce l’ha. Bipartitismo che potrebbe essere rotto, probabilmente, solo da fenomeni esogeni quali cambi di assetto politico a livello italiano. Se anche un partito sardo dovesse crescere nell’isola esponenzialmente e prendere più voti dei partiti italiani, il fatto di non essere una minoranza linguistica equiparata a quella tedesca o francese ne limiterebbe fortemente le possibilità, escludendolo dalla ripartizione della gran parte dei seggi per il mancato superamento delle soglie di sbarramento italiane.

Qualsiasi battaglia sul referendum, dicevamo, sembra persa in partenza. Questo dato è ancora più vero dato che i 5 Stelle e i Pd cercheranno di presentarsi insieme in varie elezioni amministrative, che si tengono lo stesso giorno, e così staranno ben attenti a non spaccarsi sul concomitante referendum. E questo referendum è uno spartiacque, perché una volta che viene abbassato il numero di parlamentari è inimmaginabile una marcia indietro se non dopo eventi catastrofici e mutamenti costituzionali radicali.

Ma allora come può la Sardegna tutelarsi, in un momento in cui il nuovo assetto parlamentare rischia di marginalizzarne ancora di più la posizione politica?

Da un lato c’è l’attività dei partiti sardi che dovrebbero cercare di rafforzarsi puntando soprattutto sulle elezioni amministrative e locali, ma questi sono affari dei partiti non miei, e le sensazioni che si ricavano dal quadro politico di Nuoro (dove si voterà in autunno) lasciano capire che questo processo è ben lontano persino da cominciare.

Mentre gli occhi degli stolti fissano il dito dell’insularità, quasi nessuno guarda la luna dell’equiparazione politica dei sardi a valdostani e altoatesini

Dall’altro c’è una battaglia di civiltà, che certo non sembra essere in grado di affascinare le masse ma è comunque fondamentale. Mentre gli occhi degli stolti fissano il dito dell’insularità, quasi nessuno guarda la luna dell’equiparazione politica dei sardi a valdostani e altoatesini. Eppure la situazione di partenza è la medesima: un popolo con lingua e cultura differenti da quello maggioritario sul territorio statale. Se a quel popolo si garantiscono forme di discriminazione positiva, ossia fondamentalmente forme di accesso privilegiato alla spartizione del potere politico, se ne garantisce al contempo la tutela da tutti gli svantaggi che derivano dalla sua condizione di minoranza. Se invece lo si equipara acriticamente alla maggioranza dominante, la sua condizione di minoranza lo porterà a trovarsi costantemente in una simmetrica posizione di minorità. Gli errori sono antichi, si può guardare alla Fusione perfetta come al masochismo della costituente sarda subito dopo la Seconda guerra mondiale. Ma, appunto, la politica è speculazione sul futuro e quindi il tempo per rimediare agli errori c’è sempre.

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