Sardegna, il socialismo degli straccioni

Ogni anno la Regione Sardegna spende milioni e milioni di euro per sostenere variegati settori economici. Potremmo definire questa pianificazione pubblica, questo costante innesto di soldi nelle arterie in cui scorre la linfa che dà vita ai territori, come un particolare forma di socialismo. Serve però l’aggettivo, perché altrimenti si rischia di dare una connotazione positiva a questa strategia. Potrebbe essere calzante la definizione di socialismo degli straccioni, ma le immagini che vengono in mente sono in realtà ancora più antiche, quasi un ritorno all’epoca dell’antico regime, con la fila di questuanti fuori dagli uffici politici regionali in attesa di ricevere udienza.

La vicenda dei 5,7 milioni di euro regalati dalla Giunta Regionale alla TurSport per un calendario di eventi sportivi inesistente potrebbe rappresentare la pietra dello scandalo, ma se si perde di vista il contesto si finisce per pensare che si tratti di un caso isolato. Iperbolico lo è certamente, un pasticcio quasi dilettantesco: come poteva l’assessore al Turismo Gianni Chessa (Psd’Az) pensare che uno stanziamento da quasi sei milioni, previsto all’interno di una legge da 130 milioni, passasse inosservato? Infatti non è accaduto, e rapidamente gli amici, Christian Solinas in testa, hanno lasciato al suo destino Chessa, che ora occupa una poltrona piuttosto traballante in vista del probabile rimpasto che seguirà le elezioni comunali in autunno.

Ma, appunto, c’è tutto un contesto che non va dimenticato: è quel socialismo degli straccioni di cui parlavamo sopra, ossia una pianificazione della spesa pubblica sarda che non ha obiettivi strategici di crescita, ma prevede fondamentalmente prebende destinate agli amici e agli amici degli amici e così via, in un eterna catena di trasmissione che da un lato ha il perno del consenso elettorale e dall’altro quello del denaro sonante. Gli straccioni non sono i miserabili delle periferie o le vittime della crisi rurale che da anni imperversa nell’isola, sono gli esponenti di prima fila dell’iniziativa privata sarda, dove spesso l’impresa è mascherata da cooperativa o associazione senza scopo di lucro. Iniziativa si fa per dire: qualche volta ci mettono l’idea, spesso nemmeno quella, ma sicuramente non ci mettono un soldo di capitale privato. Spesso la decisione è politica, come appunto nel caso dei 6 milioni a TurSport, ma in Sardegna non esiste una radicata cultura dell’accountability, cioè dell’obbligo per il politico di rendere conto degli atti assunti durante il proprio mandato. Non esiste né a livello informale – difficilmente gli elettori terranno conto di questi elementi nell’urna, anche perché spesso il loro voto scaturisce dalle meccaniche clientelari che si dovrebbero eliminare – né a livello formale.

Così si finanziano sagre e sagrette, che spesso nemmeno rispettano nel proprio allestimento il nome che si son date, e si va a sostenere sempre i soliti noti: società che nascono con lo scopo di diventare collettori di finanziamenti pubblici e che si arroccano nella loro posizione di organizzatori di eventi, generalmente monopolisti di un determinato territorio. Spesso funziona così: si dà il finanziamento ad una pro loco che poi per far fronte alle mille incombenze burocratiche e organizzative si rivolge sempre alle stesse società, in una sorta di indiretto finanziamento pubblico a imprese private che di privato spesso hanno solo il guadagno. Così si foraggia una casta di imprenditori la cui unica qualità spesso è quella di essere abili untori di ingranaggi, quando va bene, di fondoschiena in molti altri casi. Ma questi sono i casi limite verso il basso, poi ci sono gli eventi eccezionali e in quel caso sembra ancora più assurdo che la Regione spenda i propri soldi non per arricchire la collettività, ma per arricchire spregiudicati cacciatori di occasioni.

Soldi pubblici buttati, perché li si potrebbe spendere diecimila volte meglio creando i presupposti per un tessuto economico funzionante. Ma quest’azione non porterebbe voti e ha bisogno di tempo per dare i suoi frutti. Finanziare il singolo evento invece significa assicurarsi un piccolo bacino di voti che, sommato agli altri, può essere determinante nel successo politico del singolo o, in casi più rari, del gruppo politico di appartenenza.

Perché poi è una questione di singoli, la politica in Sardegna la fanno ancora i notabili, pronti a cambiare gruppo all’evenienza, in un mercato delle vacche in cui la quotazione non è data dal peso, ma dal pacchetto di voti che ciascuno si porta in dotazione.

Un socialismo particolare, in cui sono collettivizzate perdite e investimenti, mentre i guadagni restano saldamente in mano a gruppi ristretti di potere.

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