La Regione manda in soffitta la LSC

Non è una questione solo di identità o cultura, né di salvaguardia della biodiversità linguistica in Europa. Il problema della lingua, in Sardegna, è anche una questione di soldi e di diritti politici collettivi. Il denaro c’entra sempre, in qualsiasi cosa faccia un’amministrazione pubblica. E dietro la spesa di quei denari, ovviamente, ci sono interessi privati perché decine di cooperative e società sono pronte a gestire una parte dei fondi stanziati da Roma e da Cagliari per le politiche linguistiche. Ecco una prima ragione – al di là di quelle culturali, politiche o etnografiche – per cui è opportuno che la legislazione linguistica della Regione sia la migliore possibile. Non solo, è facile immaginare quanti posti di lavoro si creerebbero, magari nel mondo della scuola, con l’implementazione dell’insegnamento del sardo. C’è poi l’aspetto dei diritti politici, la questione è semplice: il riconoscimento formale della condizione di minoranza linguistica garantisce una maggior tutela dello stato italiano nei confronti dei diritti politici collettivi dei sardi. Ora il ciclo della Limba Sarda Comuna giunge a conclusione, con l’approvazione da parte della Giunta Solinas del Piano di Politica Linguistica Regionale 2020-24. Il nuovo punto di riferimento è la legge approvata dal Consiglio regionale nel 2018, Giunta Pigliaru, che si pone oggettivamente in rottura col sistema LSC.

Dall’approvazione della Limba Sarda Comuna sono trascorsi ormai quasi quindici anni, un tempo ragionevolmente lungo, sufficiente a esprimere un giudizio negativo sulla sua capacità di incidere sul recupero della lingua sarda a livello popolare. Troppi i problemi, dalle rivalità interne al comitato tecnico-scientifico, alle forzature dell’allora presidente Renato Soru che impose ad un processo ancora incompleto un’accelerazione che ebbe come unico risultato quello di rendere ufficiale e definitivo un abbozzo inconcluso. Senza dimenticare il problema principale, il fatto che la LSC – grazie ad alcune scelte grammaticali, lessicali e ortografiche parecchio discutibili – escludeva di fatto tutti i sardi che parlano varianti centro-meridionali, impropriamente definite campidanesi, un gruppo oscillante tra un terzo e metà dell’intera popolazione dell’isola.

Ora, si riparte da dove ci si era fermati, ma con prospettive radicalmente diverse. Lo dimostra l’interpretazione fornita dalla Regione stessa nel Piano 2020-24, della legge regionale 22/2018.

«La LR 22/2018 prevede che la nuova proposta di Limba Sarda Comuna tenga conto delle macro varietà storiche e letterarie campidanese e logudorese, delle parlate diffuse nelle singole comunità locali, delle norme di riferimento adottate dalla Regione a carattere sperimentale per la lingua scritta in uscita dell’Amministrazione regionale e degli esiti della sua sperimentazione, ne propone gli ambiti e la tempistica di applicazione e gli elementi di verifica della sua efficacia».

Una cartina linguistica della Sardegna in una fotografia tratta dal web

C’è la LSC, sarebbe la norma adottata dalla Regione a carattere sperimentale, ma ci sono anche le due macro varianti storiche e letterarie, elemento che per alcuni potrebbe portare al recupero dell’anacronistica idea che il sardo sia diviso in due e non una lingua unica. C’è anche il riconoscimento delle parlate locali, elemento che potrebbe essere fondamentale per accattivarsi le simpatie dei paesi ponendo fine per esempio all’assurda pratica, che ormai molti uffici linguistici locali hanno già interrotto, di storpiare i toponimi.

Su questi tre elementi dovrà lavorare la nuova commissione tecnico-scientifica, che sarà composta dall’assessore regionale alla Pubblica Istruzione e dal dirigente regionale competente, da quattro rappresentanti degli enti locali, da quattro componenti designati dagli atenei di Cagliari e Sassari, e infine da 24 esperti, dodici di nomina consiliare e dodici scelti dalla Giunta. L’obiettivo dichiarato è quello di un processo realmente partecipativo, che coinvolga le comunità locali e i sardi, anche grazie a incontri pubblici da svolgere direttamente sul territorio.

Il piano 2020-24 farà girare parecchi soldi e metterà al lavoro parecchie persone. La speranza è che, senza scartare le cose buone della LSC, si riesca finalmente ad avere quello che non si è riusciti a fare in questi quindici anni. Con annessi sprechi, di tempo e di denaro.

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