Nel bel mezzo della nuova Guerra fredda

1-Il manganello e la carota 2.0

Cagliari e il grande fratello

Inizia con questo articolo un racconto a puntate che svela e ricostruisce i rapporti della Regione Sardegna con Huawei, fra evoluzione tecnologica e controllo sociale, nel mezzo di una partita geopolitica internazionale che oppone Stati Uniti e Cina e che nell’isola vede il confronto diretto fra il colosso delle Comunicazioni cinese e la Nato. In questa prima puntata iniziamo a parlare della trasformazione di Cagliari in una Smart & Safe City.

Dimentichiamoci la Sardegna granitica e immutabile degli stereotipi da Touring Club, a Cagliari e in tutta l’isola è in corso una partita molto delicata, quella per la trasformazione dei centri urbani in Smart and Safe Cities, che pone problemi etici e politici di un certo peso, legati al controllo sociale, alla tutela della privacy e alla gestione dei dati sensibili. Non solo, sullo sfondo c’è una tiratissima partita geopolitica internazionale che catapulta la Sardegna al centro della nuova guerra fredda tra Stati Uniti d’America e Repubblica Popolare Cinese.

I cagliaritani vivono in una smart city, ma non lo sanno. Effettivamente, considerando i problemi che affronta la città da quando è stato avviato il servizio di raccolta differenziata dei rifiuti, potrebbero legittimamente sentirsi presi in giro se qualcuno gli dicesse di vivere in una “città intelligente”. Ma probabilmente molti di loro non si immaginano che smart city significa anche città controllata, in ogni suo aspetto.

Una vista cagliaritana da dietro il carcere di Buoncammino

A voler essere precisi, la capitale sarda non è ancora una Smart and Safe City, ma sta lavorando alacremente per diventarlo. È in corso ormai da quattro anni, infatti, una sperimentazione che coinvolge in prima fila la Regione Autonoma della Sardegna, la società pubblica Sardegna Ricerche per tramite della sua controllata CRS4 e il colosso dell’industria tecnologica cinese Huawei. E il governo italiano? Non pervenuto. Se quest’assenza all’inizio poteva non sembrare così importante, le cose ora sono cambiate. Mentre la sperimentazione andava avanti, i rapporti tra Huawei e le istituzioni italiane sono diventati via via più problematici, a causa delle pressioni degli alleati, Stati Uniti in testa, che temono parecchio l’idea che le infrastrutture tecnologiche di un paese importante della Nato siano conosciute e controllate – o controllabili – dal governo cinese e dalla sua longa manus, Huawei appunto. Tre notizie recenti giusto per dare un’idea: il 9 luglio TIM ha escluso Huawei dalla gara internazionale per l’implementazione del 5G in Italia e in Brasile. Simile quanto sta accadendo nel Regno Unito, con il governo britannico che il 14 luglio scorso ha annunciato l’esclusione di Huawei dalla rete 5G e l’eliminazione di tuttte le infrastrutture prodotte dal colosso cinese entro il 2027.

Huawei sta venendo progressivamente esclusa da tutte le gare e le procedure per l’implementazione della rete 5G nei paesi occidentali. In Sardegna, per ora, prosegue una strettissima collaborazione tra la Regione e il colosso cinese, collaborazione che vede al centro la gestione di informazioni sensibili per il governo di Cagliari e dati riservati dei cittdini.

La terza ha avuto forse sui media italiani un risalto che non meritava, ma è comunque importante per comprendere come il mondo politico americano guardi alla questione dei rapporti Italia-Cina. DeAnna Lorraine, una candidata di seconda fila repubblicana al Congresso nella roccaforte democratica di San Francisco, collegio saldamente in mano alla leader Dem Nancy Pelosi, ha infatti pubblicato nei giorni scorsi un tweet sull’incontro fra Giuseppe Conte e Davide Casaleggio che recitava così: «Perché il primo ministro italiano incontra in privato il principale lobbista di Huawei (Casaleggio, ndr)?». Sulla questione geopolitica torneremo nelle prossime puntate, ma era giusto fornire un’inquadratura.

Torniamo a Cagliari, che con il suo circondario costituisce l’unico vero ambito metropolitano dell’intera Sardegna, staccando di netto l’area sassarese che si colloca a cavallo tra la dimensione di grossa cittadina di provincia e quella di conurbazione con aspirazioni metropolitane. Grande, ma non troppo, Cagliari sembra essere il luogo ideale per la sperimentazione sui big data urbani, proprio perché i data sono sì numerosi ma non soverchianti. Variegata, si va dalla movida semi-turistica della Marina al disagio dei quartieri popolari, dai piccoli condomini per famiglie di professionisti nei quartieri sulle pendici dei colli, alle zone artigianali e industriali incomplete perfette per l’abbandono dei rifiuti. Variegata è anche la sua composizione umana, sia in termini di appartenenza sociale che in termini di caratterizzazione etnica o confessione religiosa. È come in quei videogiochi o in quelle guide turistiche, in cui si rappresenta una città e la si divide in distretti caratterizzati da un determinato tipo di popolazione e da specifiche attività: una semplificazione, dovuta nei videogiochi anche alle difficoltà di far fronte ai limiti dell’intelligenza artificiale, che banalizza e idealizza una realtà molto più fluida e confusa.

Il paragone coi videogiochi non è casuale, dato che il medium videoludico è stato negli ultimi anni uno dei principali luoghi di racconto delle distopie metropolitane del controllo, affiancandosi al luogo tradizionale di questa narrazione, il cinema. C’è per esempio la serie Ubisoft, Watch Dogs, che nel primo capitolo racconta una cupa Chicago, nel secondo si trasferisce in una spensierata e soleggiata San Francisco (e tutto sommato non ci avrei visto male neanche Cagliari) e nel terzo, ancora in lavorazione e in probabile uscita a fine 2020, una cupissima Londra autoritaria e privatizzata dopo una serie di attentati. Il filo conduttore è sempre il medesimo, si impersona un hacker, membro di un collettivo, che cerca – oscillando tra un fumoso orizzonte politico-ideologico e uno spontaneo sentimento anti-sistema – di boicottare e destabilizzare i sistemi di controllo tecnologici della vita urbana appaltati dal governo a grandi imprese private, dotate di polizia privata e di uno strapotere nel controllo dei dati, big e little, per aumentare i profitti delle aziende che pagano i loro servizi, influenzare la politica ed esercitare controllo sociale sui gruppi subalterni. Più che una distopia, la nostra stessa realtà osservata con una lente iperbolica.

Ma che c’entra Cagliari, a parte le assonanze con la San Francisco del videogame? C’entra, perché come dicevamo all’inizio è in corso da ormai quattro anni una sperimentazione per trasformarla in una Smart and Safe City, secondo il lessico dei promotori di progetti di questo tipo. Come già scritto, l’operazione coinvolge attori istituzionali, quali la Regione e le sue controllate Sardegna Ricerche e CRS4, e attori privati, quali il gigante cinese Huawei e altre quattro piccole e medie imprese: la livornese ICT Plus, le cagliaritane IT Euromedia (con sedi a Selargius, Roma e in provincia di Cosenza), NetCom e Tecnit. Insieme, questi attori, formano il Joint Innovation Center il cui slogan è: “Digital transformation in Sardegna: la smart region del futuro è già qui”. Detta così, poco si capisce. Vediamo come si presentano loro.

Il problema da risolvere, per il JIC, è questo: «Oggi, il 50% della popolazione mondiale vive in città e il numero crescerà al 70% entro il 2050. Le città sono tra i principali luoghi di attività economica e culturale del 21° secolo. La crescente urbanizzazione e l’aggregazione di comunità territoriali su scala metropolitana, lo sviluppo sostenibile, il coinvolgimento dei cittadini, l’attrattività economica e culturale e la governance sono tra le difficoltà più rilevanti che le moderne città devono affrontare». Ed ecco la soluzione, sempre secondo il JIC: «Con la realizzazione del progetto saranno studiati e definiti metodi e tecnologie per offrire nuove soluzioni intelligenti a questi problemi, attraverso la stretta combinazione tra la messa in opera e sperimentazione a scala urbana di infrastrutture avanzate per la comunicazione e la sensoristica diffusa, che consentirà lo studio e lo sviluppo di soluzioni innovative verticali per aumentare l’attrattività cittadina, la gestione delle risorse e la sicurezza e qualità di vita dei cittadini». Un po’ complesso, ma cerchiamo di sciogliere i nodi.

Un immagine tratta dal sito del Joint Innovation Center

Intanto il primo passaggio è disseminare la città di sensori, seguendo uno standard tecnologico di connettività denominato Long Term Evolution. Facciamo un esempio pratico e neutro, legato alla gestione del traffico veicolare. Dei sensori, collocati nelle vie cruciali della mobilità cagliaritana, dovrebbero raccogliere in tempo reale i dati sui flussi automobilistici, trasferendoli velocemente alla stazione di controllo attraverso la rete privata LTE fornita da Huawei e consentendo perciò di inviare, se necessario, rapidamente un messaggio agli smartphone dei privati cittadini informandoli che, per esempio, la rotonda di via Is Mirrionis è bloccata a causa di un incidente.

E fin qui siamo nel campo della smart city. C’è però anche l’aspetto della safe city che è quello che pone i più evidenti problemi etico-politici. Città sicura, nella retorica del JIC, significa città controllata: tutti i segnali provenienti dai sensori di varia natura (telecamere, ma non solo) presenti in città affluiscono sulla rete privata Huawei alla centrale operativa. Qui, attraverso l’uso di algoritmi e con la supervisione umana, avviene l’elaborazione dei dati e l’eventuale preparazione della risposta. Ecco quali sono i principali ambiti di ricerca:

  • Migliorare la capacità di copertura di sorveglianza e di risposta delle istituzioni per scoraggiare i criminali e ridurre i tassi di criminalità in aree coperte.
  • Testare nuove impianti di videosorveglianza (Face recognition, riconoscimento targhe, intrusion detection, analisi comportamentale etc..)
  • Sperimentare un moderno centro di controllo unificato in grado di accelerare i processi di presa in carico delle chiamate, effettuare il dispaccio alle corrette autorità competenti
  • Creare un ambiente favorevole sicurezza urbana in grado di attirare più turisti, favorire l’economia del turismo, aiutare il tessuto locale per valorizzare, ospitalità, e industrie di servizi
  • Aumentare il senso di sicurezza e di soddisfazione delle persone.

Chi volesse squalificare questo articolo tacciandolo di complottismo avrebbe gioco facile. Eppure non c’è proprio nessun complottismo, il controllo sociale pervasivo e tecnologico è uno degli obiettivi primari degli Stati odierni.

Interessante il secondo punto, che pone sul tavolo pratiche dagli aspetti molto problematici come il riconoscimento facciale o addirittura l’analisi comportamentale. Ricapitolando brevemente: una miriade di sensori disseminati per la città comunicherebbe attraverso una rete privata (in questo caso fornita da Huawei e questo fatto, per le questioni geopolitiche di cui sopra, non è per nulla secondario) miliardi di miliardi di bytes di dati, fra i quali immagini del nostro volto o addirittura intere riprese dei nostri comportamenti. Un algoritmo valuterebbe queste vagonate di dati e, se dovesse registrare qualcosa di “anomalo”, allerterebbe gli operatori umani, che organizzerebbero dunque la loro risposta istituzionale. Ora, la questione è problematica anche se il sistema viene applicato in una democrazia compiuta, in piena trasparenza e gestito da persone e istituzioni in totale buona fede. Figuriamoci se venisse usato per fini occulti o autoritari! In realtà tutto ciò accade già ora, anche se solo a livello sperimentale. I cagliaritani lo sanno? Nessuno glielo nasconde, questo è certo, ma diciamo pure che nessuno fa granché per informarli.

Per esempio, il 24 gennaio il Comune ha aggiudicato un appalto da 143 mila euro per l’evoluzione verso il cloud delle piattaforme tecnologiche finalizzata anche alla gestione della sensoristica per la Smart City; il 31 dicembre 2019, 94 mila euro sono stati spesi per l’acquisto di nuove telecamere per la videosorveglianza. Queste sono solo alcune delle spese rientranti nel primo asse del PON della città metropolitana di Cagliari, denominato “Agenda digitale metropolitana”, che prevede un finanziamento di 8 milioni di euro, quasi 2 milioni dei quali sono legati al processo vero e proprio di creazione della smart city, attraverso l’installazione dei sensori. Altri 2 milioni sono legati invece all’implementazione di servizi informatici geolocalizzati. Nel PON non compare alcun riferimento esplicito al Joint Innovation Center di Pula, né a CRS4 o Huawei. Ma che i due percorsi siano legati ce lo conferma lo stesso sindaco Paolo Truzzu, in un video promozionale realizzato da Huawei in occasione della propria partecipazione a Sinnova 2019, il Salone dell’innovazione in Sardegna. «La città di Cagliari in questi anni ha lavorato per la creazione di un ecosistema, la cosa importante che è stata fatta, è quella di creare una grande piattaforma capace di raccogliere tutti i dati e poi metterli a disposizione di cittadini, aziende ed enti pubblici, noi abbiamo lavorato su questo, adesso abbiamo la possibilità anche di incominciare ad offrire dei servizi innovativi ai nostri concittadini» spiega Truzzu che poi aggiunge qualche elemento legato alle prospettive del sistema: «Noi stiamo iniziando a lavorare su alcuni progetti che ci permetteranno per esempio di controllare l’abbandono dei rifiuti in città, che ci permetteranno di capire anche, se le persone, quando ci sono grandi folle, hanno in mano degli oggetti pericolosi, oppure se possono abbandonare qualcosa che può diventare pericoloso; stiamo lavorando anche per avere una piena conoscenza di chi arriva in città, quali mezzi di trasporto usa, quante macchine entrano, come entrano, per cercare di riprogrammare complessivamente il servizio di trasporto».

“Noi stiamo iniziando a lavorare su progetti che ci permetterannodi capire anche se le persone, quando ci sono grandi folle, hanno in mano degli oggetti pericolosi, oppure se possono abbandonare qualcosa che può diventare pericoloso”

Paolo Truzzu, sindaco di Cagliari

Parole a doppio taglio, quelle di Truzzu. C’è la carota e c’è il manganello 2.0, perché se da un lato è chiaro che tutti vorremmo essere aggiornati sul traffico e avere un sistema rapido di risposta in caso di eventi catastrofici, dall’altro per molti è preoccupante l’idea di un sistema in grado di riconoscere le facce ovunque ci troviamo e giudicare i nostri atteggiamenti come pericolosi. Anche perché non bisogna andare troppo lontano nel futuro, anzi basta voltarsi verso oriente e vedere quello che accade in Cina, con i sistemi di credito sociale e il controllo esercitato attraverso il riconoscimento facciale. Ma cos’è questo credito sociale? È un sistema in corso di sviluppo da parte del governo cinese che assegna a ogni cittadino un rating. In base al proprio credito sociale si può accedere o meno a determinati servizi pubblici e privati (mutui, borse di studio, affitti, acquisti di beni e servizi, etc.). E chi troviamo, fra i colossi aziendali che stanno elaborando questa infrastruttura sociale? Ovviamente Huawei, che sta lavorando a qualcosa di non troppo diverso anche in Sardegna insieme alla Regione e al Comune di Cagliari. Ma la Cina non è la pecora nera, sistemi di questo tipo – anche se informali e legati al mondo dei servizi privati più che di quelli pubblici – sono in piedi anche in Occidente, grazie soprattutto alla profilazione effettuata sulla base dei cookies e della nostra attività social. E quindi, oltre alla questione etico-politica sui risvolti negativi che queste nuove tecnologie hanno per i semplici cittadini e i gruppi sociali subalterni, si apre la partita geopolitica: l’Occidente e soprattutto gli Usa sono disposti ad accettare che in un’isola che ospita alcune infrastrutture militari e industriali strategiche come le basi, la Saras (ossia la più grande raffineria del Mediterraneo) e le centrali elettriche che servono anche la rete peninsulare, sia Huawei a implementare queste tecnologie di controllo sociale? Probabilmente no. E infatti nella sede di Pula di CRS4 qualcosa sta mutando e sembra delineare un cambio di rotta e di alleanze.

1-continua

3 commenti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...