Giganti scalzi, la lotta dei pescatori di Cabras.

Questa è l’introduzione alla mia tesi di laurea, intitolata “Giganti Scalzi, i pescatori e le lotte per la demanializzazione dello Stagno di Cabras” e che ha avuto come relatore Claudio Natoli, dell’Università di Cagliari. Il servizio fotografico in bianco e nero è di mio padre, Francesco Pinna, e riprende la sistemazione dei lavorieri, gli sbarramenti che impediscono l’uscita dei pesci dal bacino, nella peschiera di Mar’e Pontis.

Cabras e l’intera zona del Sinis sono stati negli ultimi anni al centro di un grande fermento economico, legato alla crescita esponenziale del settore turistico. Alla base di tutto la storia dei cosiddetti Giganti di Mont’e Prama. Ritrovati nel 1974 – proprio negli anni in cui si riacutizzava la lotta dei pescatori per porre fine alla proprietà privata dello stagno di Mar’e Pontis – vennero a lungo dimenticati, fino al primo decennio degli anni Duemila, quando si diede avvio al restauro dei reperti, poi ospitati nel museo civico del paese. Da quel momento i Giganti sono diventati un brand, un marchio di successo che compare ovunque nei paesi della zona e in generale in Sardegna. Non hanno avuto la stessa fortuna gli uomini e le donne protagonisti delle vicende oggetto di questo lavoro: quei pescatori, perlopiù cabraresi ma anche di Riola, Nurachi e Baratili San Pietro, che lottarono instancabilmente per vedere affermato il loro diritto a vivere onestamente e dignitosamente, non più pescando di nascosto durante la notte, ma alla luce del sole in quelle acque che, nella loro concezione, non potevano appartenere a un gruppo di ricche famiglie oristanesi, ma dovevano essere di tutti e, in primo luogo, di chi ci lavorava.

Sa lota de sa laguna est initziada con buoni propositi, di riscatto, quello di far dire al pescatore: sono pescatore. No ddui seus arrannescius.

S.P., pescatore di Cabras

Senza nulla togliere alle bellissime statue nuragiche, sarebbe bello se, nella grande visibilità che Cabras ha costruito negli ultimi anSa lota de sa laguna est initziada con buoni propositi, di riscatto, quello di far dire al pescatore: sono pescatore. No ddui seus arrannescius. Apu sbatiu sa conca a su muru, ostaculus prus mannus de mei. Estinutili a sciacuai sa conca a su molenti. Volevano dare a questa laguna la possibilità di essere abitabile, nel senso di poter creare economia. Un gruppo lo abbiamo capito, ma la maggioranza lo ha capito, ma ha adottato il sistema: meglio una gallina oggi, che un uovo domani. Comunque, tornassi indietro di cinquant’anni, rifarei la stessa cosa…ni grazie al suo patrimonio archeologico e alla bellezza dei suoi paesaggi, venisse ritagliato un piccolo spazio anche per questi uomini e queste donne che si è pensato, appunto, di chiamare giganti scalzi. Giganti perché combatterono contro avversari ben più forti e potenti, arroccati sulle loro posizioni da più di un secolo, come i padroni dello stagno e – nonostante una repressione poliziesca e giudiziaria che arriverà negli anni Settanta all’assurda applicazione della legislazione speciale antiterrorismo o l’incapacità di agire e fornire risposte adeguate da parte della politica regionale – non si arresero mai, supportati solo da partiti e sindacati della Sinistra e da una parte, spesso minoritaria, della comunità cabrarese. Scalzi, a simboleggiare l’assoluta povertà da cui partivano coloro che diedero avvio alla stagione di lotta, e anche quest’aggettivo fa riferimento al patrimonio culturale della piccola cittadina lagunare. Scalzi sono oggi i figuranti dei gruppi folk cabraresi e scalza era, inpassato, la maggior parte degli abitanti. L’assenza di calzature, ovviamente non più quotidiana ma praticata solo in certi eventi dal carattere fortemente simbolico come la Corsa degli scalzi1, è oggi un simbolo forte di appartenenza, ma è curioso – leggendo le testimonianze raccolte all’epoca della lotta da Ugo Dessy o da Giuseppe Fiori – vedere come, allora, l’essere scalzi era visto come il marchio della povertà, soprattutto per i pescatori inseriti nel rigido sistema gerarchico di controllo dello stagno e, ancora di più, per gli esclusi.

Un caso simile è quello del fassoni, l’imbarcazione di fieno palustre a cui sono dedicate alcune pagine nel corso di questo lavoro: oggi simbolo risemantizzato delle tradizioni dei paesi lagunari dell’Oristanese (Cabras, Riola, Nurachi, Santa Giusta), ma probabilmente, in passato, strumento effettivo di controllo dei lavoratori, in quanto impediva ai palamitai di portare con sé reti e dunque di pescare pesci diversi dalle anguille e in quantità limitata. Purtroppo, la vicenda delle lotte dei pescatori è stata presto dimenticata anche a Cabras e nell’Oristanese, e oggi il discorso comune è improntato alla nostalgia per l’epoca della proprietà privata dello stagno: «Quando c’erano loro (i padroni), il pesce non mancava e c’era lavoro per tutti!» può capitare di sentire. È un discorso che deve essere compreso, perché è innegabile che, dal 1982 ad oggi, la gestione pubblica dello Stagno abbia attraversato numerosi periodi di crisi, talvolta drammatici come sa bene chi ricorda le terribili immagini e la disperazione dei pescatori in occasione della moria che colpì il bacino nel giugno del 1999. Che le cose non vadano bene, ora come ora, lo dimostra anche la mancata sparizione del fenomeno della pesca di frodo, descritto nell’ultima parte del quarto capitolo. Esistono ancora persone, e non sono poche, che traggono una parte del loro vivere quotidiano da questa attività. Per quanto la nostalgia dell’epoca in cui lo stagno era un possedimento privato sia un fenomeno comprensibile, è necessario sottolineare che essa dipende soprattutto dalla generale ignoranza sul sistema di gestione e controllo dello stagno in quella lunga fase, andata dal 1853 al 1982.

Proprio questo, in fondo, è il principale obiettivo di questo lavoro: riportare a una dimensione pubblica questa vicenda, già raccontata magistralmente in opere che però, ormai, non trovano più spazio nelle biblioteche, meno che mai nelle librerie.

Il primo capitolo cerca di dare conto dei vari paesaggi del territorio cabrarese, provando a tracciare così un quadro delle dinamiche sociali di quella comunità umana, anche in considerazione dei rapporti con l’esterno e dei mutamenti istituzionali. Emerge così il ruolo fondamentale dell’agricoltura, sia come campo d’impiego della maggior parte della popolazione, sia come nucleo fondante della ricchezza dei ceti benestanti. Emerge inoltre una condizione che si può definire di extraterritorialità dello Stagno e delle attività che vi si svolgevano, progressivamente sottratte al controllo della comunità cabrarese e dei suoi ceti dirigenti. Nella seconda parte del capitolo viene tracciato un rapido quadro della storia di Cabras, concentrandosi con maggior attenzione sulle vicende relative allo stagno, facendo riferimento sia alla letteratura esistente che a fonti d’archivio. Si elencano gli indizi relativi alla proprietà pubblica in Epoca Giudicale, si descrive la prima parziale privatizzazione del XVII secolo, con la cessione in pegno operata da Filippo VI di Spagna in favore dei Vivaldi di Genova; si affronta infine la fase della definitiva privatizzazione, con la rinuncia da parte del Tesoro sabaudo a ogni rivendicazione e la vendita da parte dei Vivaldi alla famiglia oristanese, di recente nobiltà, dei Carta alla metà dell’Ottocento. Nel secondo capitolo ci si concentra sulla storia di Cabras nella prima metà del Novecento. Il lavoro si fonda sulla letteratura esistente, sulla ricerca in archivio e sulle testimonianze raccolte con le interviste. Viene messo in risalto l’elemento della continuità della struttura sociale e soprattutto dei gruppi di potere, che fondavano il proprio ruolo sulla proprietà agraria, e che attraverseranno indenni i mutamenti istituzionali di quest’epoca, dall’Età Giolittiana alla Repubblica, passando per il Primo Dopoguerra e per il Ventennio fascista. Nella seconda parte del capitolo, attraverso lo studio degli atti del Consiglio Regionale della Sardegna e di alcune sentenze, nonché il costante riferimento alla letteratura esistente, viene presentato il problema della proprietà del compendio ittico e si dà conto della posizione della politica regionale sull’argomento, con particolare attenzione al dibattito relativo all’approvazione della Legge regionale n. 39 del 1956.

Il terzo capitolo rallenta il tempo del racconto, cercando di dar conto (attraverso testimonianze raccolte e il riferimento alla letteratura esistente) del funzionamento del sistema della pesca durante il periodo della proprietà privata, descrivendolo come gerarchico, razionale e diseguale e dando conto di questa definizione con l’illustrazione delle dinamiche e i rapporti di lavoro vigenti nello Stagno. Il quarto capitolo infine (costruito attraverso la lettura della letteratura esistente, la raccolta di testimonianze, la lettura degli atti del Consiglio Regionale e di stralci di sentenze e leggi) racconta lo sviluppo del movimento dei pescatori liberi e la politicizzazione dei pescatori di frodo, raccontando vittorie e sconfitte del movimento e mettendo in luce i contributi esterni. D’altro canto, si dà conto del ruolo repressivo svolto dalla magistratura di Oristano e dai carabinieri di Cabras, della strategia portata avanti dai proprietari dello stagno e del dibattito politico che portò, nel 1980, alla decisione da parte della Regione di acquistare il compendio ittico. Infine, attraverso la lettura dei giornali e la raccolta di testimonianze, si dà conto della situazione attuale del compendio.

Per quanto riguarda le fonti di questo lavoro, il debito più consistente sussiste nei confronti di quattro opere. Su tutte la tesi di dottorato, di argomento antropologico e ergologico, dello studioso svizzero Jakob Schweizer: Die Fischer von Cabras. Un’opera frutto di una lunga ricerca sul campo, molto dettagliata sia nella cronaca degli eventi che nella descrizione dei modi di lavoro e dei rapporti gerarchici esistenti all’interno del sistema di Mar’e Pontis. L’opera purtroppo non esiste in traduzione italiana ed è presente all’interno del sistema bibliotecario sardo in due sole copie, custodite presso la Biblioteca Universitaria di Cagliari. C’è poi il lavoro dell’antropologa cabrarese Mena Manca Cossu, I pescatori di Cabras, che traccia un quadro generale – sempre dal punto di vista antropologico ed ergologico – del piccolo mondo cabrarese e del sistema della pesca. Le altre due opere le si potrebbe considerare come due pamphlet, schierati dichiaratamente con i pescatori liberi. Procedendo secondo l’ordine cronologico, il primo lavoro è Baroni in laguna, del giornalista Giuseppe Fiori. Un reportage giornalistico arricchito dalle immagini rese dalla grande abilità narrativa dell’autore. Fiori racconta di non aver conosciuto la situazione dei pescatori cabraresi, fino al giorno in cui non vennemandato, come cronista di nera de “L’Unione Sarda”, a raccontare l’omicidio di una guardia da parte di due pescatori di frodo, Finzione letteraria probabilmente, difficile che Fiori davvero non sapesse nulla dei «baroni»: il risultato però è che il cronista accompagna a braccetto il lettore – un lettore che verosimilmente non conosce davvero la situazione di Cabras e dello stagno – in un percorso di crescente simpatia nei confronti dei pescatori liberi, fino alla scena finale in cui viene consacrata definitivamente la rottura del rapporto di sottomissione della popolazione cabrarese nei confronti dei «baroni». Vi è infine La rivolta dei pescatori di Cabras, di Ugo Dessy, che di quella lotta non è solo cronista, ma anche attore. Maestro elementare e pubblicista nato a Terralba, Dessy sarà una figura onnipresente nelle agitazioni della Sardegna autonomistica. Libertario, protagonista della svolta antimilitarista del Partito Radicale nel 1967, anticolonialista, lo si incontra nelle lotte per la terra dei contadini della Marmilla, come in quelle dei pastori di Orgosolo contro il poligono di Pratobello o a La Maddalena nelle proteste contro la base americana. Il suo è un racconto partigiano, schierato, ma non per questo meno significativo come testimonianza storica di quanto successo a Cabras negli anni Sessanta e Settanta, anni in cui Dessy insegnava nella scuola elementare del paese.

Oltre alle altre opere, importante è stato il lavoro presso l’Archivio di Stato di Cagliari, che ha permesso di ricostruire le vicende di Cabras durante il fascismo, mettendo in luce una continuità nel potere dei ceti benestanti del paese – che fondavano la loro ricchezza sulla proprietà agraria – che va dall’Età Giolittiana fino all’Autonomia e sottolineando come la politica locale spesso si sia caratterizzata più come scontro per la difesa degli interessi del proprio gruppo, che come azione programmata per la risoluzione dei problemi di uno dei paesi più poveri della Sardegna. Fondamentale, infine, il contributo dei due intervistati che attraverso le loro testimonianze, spesso ancora sentite e commosse, hanno permesso di ricostruire il clima degli anni della lotta dei pescatori e di fare chiarezza su alcuni passaggi che le fonti scritte lasciavano in ombra.

Delusione e disincanto traspaiono nelle loro parole senza alcuna autocensura: se quella dei pescatori fu una vittoria, lo fu come quelle di Pirro. «Sa lota de sa laguna est initziada con buoni propositi, di riscatto, quello di far dire al pescatore: sono pescatore. No ddui seus arrannèscius. Apu sbàtiu sa conca a su muru, ostaculus prus mannus de mei. Est inutili a sciacuai sa conca a su molenti. Volevamo dare a questa laguna la possibilità di essere abitabile, nel senso di poter creare economia. Un gruppo lo abbiamo capito, ma la maggioranza lo ha capito, ma ha adottato il sistema: meglio una gallina oggi, che un uovo domani. Comunque, tornassi indietro di cinquant’anni, rifarei la stessa cosa…». Queste le parole pronunciate da S.P. in un’intervista realizzata da me il 5 marzo 2018. Poche frasi, un po’ in sardo e un po’ in italiano, pronunciate con gli occhi lucidi, ma che rendono bene l’idea di cosa fu, per i protagonisti, la lotta per la gestione pubblica dello Stagno di Cabras.

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